“Ilaria e Miran, bisogna continuare a raccontare i misteri d’Italia”. Parla Andrea Purgatori

Focus

Intervista al giornalista d’inchiesta, in onda stasera su La7 con uno speciale sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

“Quando la giustizia appare impotente è il racconto dei giornalisti che deve tenere vivo il ricordo dei fatti”. Andrea Purgatori, giornalista d’inchiesta specializzato nelle indagini sui misteri d’Italia – su tutti Ustica -, stasera condurrà su La7 uno Speciale Atlantide a 25 anni dall’uccisione di Ilaria Alpi.

La Procura di Roma ha chiesto per la terza volta l’archiviazione, si arriverà mai alla verità sul caso Alpi-Hrovatin?
È difficile dirlo in un Paese in cui alla verità non si arriva quasi mai, e anche quando arriva, non è detto che corrisponda a come si sono svolti realmente i fatti. Il punto sul caso Alpi è però tutto quello che poteva essere fatto e non è stato fatto, come ad esempio approfondire il depistaggio su Omar Hashi Hassan, che ha portato per 17 anni in carcere una persona, per poi scoprire che non c’entrava nulla, mentre il testimone che lo accusava è sparito nonostante fosse sotto la nostra protezione e oggi vive tranquillamente a Londra. È un passaggio simile a quello della strage di via D’Amelio, con Scarantino che viene accusato per poi scoprire che si trattava di una montatura. Questo fa capire quanto sia difficoltosa la ricostruzione della verità su una vicenda avvenuta 25 anni fa in un Paese come la Somalia e su cui obiettivamente ci sono dei buchi.

A proposito di buchi, lo Speciale di stasera proporrà fatti nuovi?
La vicenda si gioca tutta intorno a un quesito: Ilaria e Miran sono stati uccisi perché avevano visto qualcosa che non dovevano vedere, oppure è stata un’esecuzione che li ha visti vittime casuali solo perché italiani? Per capirlo occorre fare dei passi indietro, grazie ai quali si scopre che nel viaggio a Bosaso, dal quale stava tornando al momento dell’attentato, Ilaria ha visto qualcosa che non doveva vedere, e cioè l’uso di almeno una nave da pesca della società italo somala Shifco per il trasporto di armi e rifiuti tossici. Questo è un fatto perché la nave era lì, con un comandante italiano. Conoscendo quanto fosse pignola Ilaria, non tenere conto di questo è francamente inspiegabile.
Anche qui, come in molti altri misteri italiani, si è parlato di un possibile coinvolgimento dei servizi segreti.
In questa vicenda è molto difficile trovare la cosiddetta pistola fumante, ma sicuramente accadono alcuni fatti strani, come la scomparsa, e il successivo ritrovamento, del certificato di morte dal quale si evince che i colpi sono stati esplosi da vicino, la scomparsa delle cassette, degli appunti. Insomma in questa vicenda si sono sicuramente mosse mani e manine che sono parte di una zona grigia. Complotto? Delitto di Stato? È complesso dirlo ma sicuramente vi è stata una concomitanza di interessi che hanno fatto sì che una giornalista diventasse una testimone scomoda.

Parlando di un certo tipo di giornalismo non sembra di parlare di un altro mondo?
Sono stato molto amico dei genitori di Ilaria e di lei ho scoperto, ad esempio, che conduceva le inchieste non andando insieme alle truppe, rifiutando dunque un punto di vista ‘embedded’, e non dormiva insieme agli altri giornalisti italiani, perché riteneva quel luogo controllato. Già questo fa capire i rischi a cui si è esposta, oltre al fatto di essere una giornalista donna in un mondo di inviati prevalentemente maschile, in Somalia, nel 1994. Ma succede ancora, solo l’anno scorso sono stati 80 i giornalisti morti in giro per il mondo. Quando accade sembra quasi un danno collaterale, ma non lo è, perché i giornalisti non sono armati e cercano solo di raccontare la verità con penna e telecamere.

Ma continuare a parlarne serve?
Il problema non è fare le commemorazioni, ma fare la goccia, sul caso Alpi come su Regeni e altri. Bisogna cioè continuare a raccontare i fatti per filo e per segno anche quando la giustizia appare impotente, per far sì che la gente ricordi e chi deve intervenire sia spinto a farlo, sperando che ci siano delle sponde nella magistratura e nella politica, perché senza la volontà politica è chiaro che non si va avanti. La memoria non è solo celebrazione, ma è tenere viva l’attenzione sui fatti attraverso il loro racconto. La prima puntata della nuova stagione di Atlantide, ad esempio, sarà dedicata a Sindona, Ambrosoli e Andreotti, per ricordare come l’attacco alla Banca d’Italia non sia una novità. Spesso per strada vengo fermato da giovani che mi ringraziano per aver raccontato loro fatti di cui non sapevano nulla, del resto siamo il Paese con il più alto numero di associazioni di familiari di vittime di qualcosa.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli