X

Di Maio dica se vuole chiudere l’Ilva

Interpellato sul futuro dell’Ilva, il Ministro Di Maio in un’Aula praticamente deserta oggi ha detto che: discuterà immediatamente con i Commissari di quanto contenuto nel Parere reso dall’Anac in merito ai quesiti posti dallo stesso Ministro (e, guarda il caso, suggeriti dal Presidente della Regione Puglia Emiliano), avvierà una indagine interna al Ministero, chiederà il parere all’Avvocatura.

Al netto dei corollari discorsivi e delle abusate retoriche con cui affronta ormai da settimane questa crucialissima questione, non ha detto la cosa più importante: se questo Governo, in continuità con il precedente, intende salvare e rilanciare la più grande acciaieria d’Europa o se vuole chiuderla. Non ha detto come intende garantire il funzionamento dell’azienda, la sicurezza dei lavoratori, le imprese dell’indotto: in questi mesi, fino al 15 settembre e oltre. Non ha detto se ritiene l’Ilva una priorità nazionale.

Perché è da queste decisioni, eminentemente politiche, che discende tutto il resto. Lo afferma, alla fine, anche il parere Anac che, è bene chiarirlo in premessa a scanso di equivoci, mai, nel corposo testo delle otto pagine inviate al Mise, avanza il dubbio di illeciti di gara, rilevando piuttosto eventuali criticità dinanzi alle quali rimette allo stesso Mise la decisione da assumere.

Per due ragioni. La prima: “l’individuazione di eventuale irregolarità non potrebbe portare di per sé all’adozione di provvedimenti di autotutela” che possono essere assunti “solo al ricorrere di tutti i presupposti di cui all’articolo 21 nonies della legge 241 del 1990 e in particolare l’interesse pubblico specifico all’autoannullamento, diverso  dal mero ripristino della legalità”.
Ed è questo che dal Ministro Di Maio aspettiamo di sapere, in punta di fatto, una volta acclarato, come fa Anac, che le eventuali criticità riscontrate non costituiscono in punta di diritto motivo di annullamento in autotutela. Quella che si voleva far uscire dalla finestra, ovvero la responsabilità politica della scelta, rientra così dalla porta.

Il punto dirimente, a stare con i piedi ben piantati nella realtà, è questo. Ed è punto che il precedente Governo, non questo o quel Ministro ma nella sua interezza Ministri e Presidente del Consiglio, e il precedente Parlamento (poiché il parere Anac rinvia alla norma da cui discende il procedimento amministrativo) hanno assunto compiutamente dichiarando senza esitazioni che Ilva costituisce, e come tale deve essere trattata, una emergenza nazionale. Guardando dunque, con coerenza, agli interessi pubblici messi in gioco: lavoro e  futuro occupazionale per i circa 14mila dipendenti Ilva, tutela dell’ambiente a Taranto e nei territori circostanti con il ripristino delle condizioni totalmente devastate dalla gestione Riva (cui, prima di noi, mai nessuno aveva avuto politicamente il buon gusto e avvertito la necessità di porre un freno e che è stata messa in discussione solo da un intervento della Magistratura), tutela della salute dei cittadini non in modo astratto ma in modo molto concreto (come peraltro è accaduto anche con la Terra dei Fuochi), tutela delle aziende dell’indotto, tutela di un settore strategico per la nostra manifattura d’eccellenza, futuro di tutti i siti Ilva. Un punto dirimente, che non permette il gioco al rimpiattino e lo sport nazionale ormai in voga del rinvio.

Io non so su quali elementi, nelle carte di gara o estranei alle stesse e dunque di natura più discrezionale che formale, il Ministro Di Maio fondi l’affermazione secondo cui l’offerta di AcciaItalia era migliore. So che la stessa era di 1 miliardo e 200milioni rispetto al miliardo e 800 milioni di Mittal, una differenza di 600 milioni destinati ai creditori di Ilva (l’offerta economica incideva per il 50% sui criteri di assegnazione trattandosi di una vendita di mercato di un’impresa insolvente). So che in termini di occupazione quell’offerta era inferiore; che riguardo al Piano Ambientale che, vincola quello industriale, è stata scelta la proposta più competitiva; che AcciaItalia non si è avvalsa del ricorso al Tar per far valere le sue ragioni; che di lì a poco la cordata si è sciolta; che, richiesta di parere, l’Avvocatura dello Stato ha confortato e avvalorato le decisioni assunte.

E so con altrettanta certezza che, se non si assumerà una decisione nel più breve tempo possibile (ma ormai siamo veramente ai supplementari), si provocherà un disastro sociale, ambientale ed economico di dimensioni enormi e dalle conseguenze ancora difficilmente immaginabili. Un disastro che ricadrà per intero sulle spalle di questo Governo e anche dei suoi non disinteressati suggeritori. Ovvero di chi, sin dal primo momento, invece di praticare la leale collaborazione istituzionale ha scelto la via del conflitto fino ad affermare che non fosse un tabù chiudere Ilva, in questo ammiccando vergognosamente ai 5Stelle. Dichiarazione che ancora adesso mi gela il sangue nelle vene.

Rifiuto di pensare che dietro i reiterati interventi ostruzionistici posti in essere da più parti lungo questo complicatissimo processo possano esservi interessi se non occulti non esplicitati. Ma non vorrei nemmeno essere l’ultima ingenua rimasta in questo Paese.

Articolo originale

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti contenuti in linea con le tue preferenze. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie.