Noi cambiamo le regole di Dublino ma Lega e M5s dove sono?

Focus

La battaglia del Pd a Bruxelles ha cancellato la regola sul paese di primo ingresso: ora responsabilità per tutti i Paesi

Mi capita di leggere, sempre più spesso in questi ultimi giorni, articoli fantasiosi su come gestire il fenomeno migratorio.

Ce n’è per tutti i gusti: da chi promette rimpatri di massa, a chi invoca il blocco degli arrivi, a chi inneggia il ripristino dei controlli alle frontiere. In questo delirio pre-elettorale c’è un aspetto che ritorna di frequente: Dublino.

Questo Regolamento europeo diventa al contempo l’origine del fenomeno migratorio e la soluzione a quanti pensano che questo fenomeno si possa gestire unicamente attraverso un atto normativo. Non mi inserisco all’interno della polemica faziosa della campagna elettorale che strumentalizza l’immigrato in vista del facile consenso elettorale.

Ci tengo però a fare chiarezza su questo atto legislativo – un atto giuridico vincolante, direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, adottato congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea su una proposta della Commissione. Il Regolamento, che è stato adottato nel 2013, modifica un altro regolamento del 2003 che a sua volta “rottama” la Convenzione di Dublino del 1990.

Il filo conduttore di Dublino, rimasto sostanzialmente immodificato nel corso degli anni è quel complesso di criteri e di meccanismi che permettono di individuare lo Stato membro che è competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un Paese terzo o apolide.

Ed è proprio qui che sta la stortura del sistema: l’individuazione dello Stato di primo ingresso come responsabile dell’esame della domanda di protezione internazionale – salvo debite e rare eccezioni.

La Commissione ha presentato a maggio del 2016 una proposta di modifica del Regolamento di Dublino. Anziché procedere ad una riforma radicale, l’esecutivo europeo ha mantenuta intatta la regola della responsabilità in capo al paese di primo ingresso, mitigata da un “meccanismo di equità” nel caso in cui uno Stato si trovi ad affrontare un afflusso sproporzionato di migranti, che superi il 150% della quota di riferimento.

La proposta della Commissione è giunta al vaglio della Commissione Libertà Pubbliche al Parlamento europeo di cui faccio parte e per oltre un anno, abbiamo lavorato incessantemente alla sua modifica. Il risultato raggiunto è stato sorprendente.

Stravolgendo la struttura del regolamento siamo riusciti a cancellare la regola del paese di primo ingresso e sostituirla con un meccanismo permanente e automatico di ricollocazione. Con questo sistema tutti gli Stati membri saranno chiamati a fare la loro parte in un meccanismo basato realmente sulla solidarietà e condivisione delle responsabilità.

Come Gruppo S&D e come Partito Democratico ci battiamo da tempo per l’affermazione di questo principio: chi arriva in Italia arriva in Europa.

Il duro lavoro della Commissione LIBE è stato oggetto di voto alla Plenaria di Strasburgo, dove, con una larghissima maggioranza abbiamo dato mandato al Parlamento europeo di iniziare i negoziati con il Consiglio. In un testo così importante che rivoluziona il sistema di asilo europeo e introduce forti cambiamenti per l’Italia colpisce l’atteggiamento di chiusura di alcuni partiti politici italiani seduti nell’aula di Strasburgo.

Mi riferisco agli esponenti della Lega – in primis Salvini e Borghezio, che si sono astenuti – e a tutti i deputati del Movimento 5 Stelle cha hanno votato, in maniera compatta contro il testo. Ci sarebbe da chiedersi il perché, ma questo forse merita un altro articolo di approfondimento.

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