L’urlo del Veneto: Salvini ci ha svenduto

Focus

Agli imprenditori veneti diciamo: abbiamo presentato correttivi al Decreto, alcuni dei quali agiscono sulla convenienza dei contratti a tempo indeterminato

Seicento imprenditori veneti riuniti insieme per un confronto sul Decreto che Di Maio chiama dignità, hanno lanciato l’allarme di sopravvivenza. Salvini e Zaia, pur chiamati in causa, si sono ben nascosti.

I rappresentanti di 3.400 imprese venete si sono accorti sulla loro pelle che il Governo costituisce un enorme e pesante problema per il futuro, loro e del Paese.  Deprimere l’economia del nord est del Paese sarà l’ennesimo risultato negativo del provvedimento.

“Il Governo ci rovina”, “il Decreto rende più incerto e imprevedibile il quadro delle regole per le imprese“, “si disincentiva l’impresa“, “si perde occupazione e si allontanano gli investitori italiani ed esteri“. Queste, alcune delle espressioni degli imprenditori. Un vero allarme sociale.

Di Maio continua a ripetere che vuole creare più occupazione, ridurre la burocrazia, risolvere la precarizzazione, ma coloro che poi dovranno attuare le sue scelte ideologiche ricordano a tutti che quel Decreto è punitivo, irrealistico e non corrispondente a ciò di cui hanno bisogno.

Il Veneto, prima che arrivasse Di Maio, ha superato i livelli occupazionali pre crisi. Anzi, mai dagli anni settanta aveva avuto un così alto numero di occupati. Solo nel primo trimestre 2018 c’è stato un saldo positivo di 53.200 nuovi posti di lavoro e la crescita dei contratti a tempo indeterminato (29.500, +26%).

Lo sanno bene gli imprenditori veneti – e lo ripetono spesso – che questi risultati sono stati possibili grazie alla ripresa economica accompagnata dal Jobs act che loro hanno saputo interpretare per innovare la qualità delle loro produzioni e, quindi, affrontare con più forza la competizione internazionale.

Con la consueta foga ideologica, Di Maio colpisce proprio il cuore di questo percorso, danneggiando coloro che producono lavoro, favoriscono l’occupazione, fanno crescere l’Italia.

Quegli imprenditori sanno bene anche che rivolgersi a Di Maio, dal quale non si  aspettano nulla di buono “perché non ha mai lavorato“, sarebbe inutile e, pertanto, chiamano a gran voce in causa quel partito che ha promesso loro il bengodi: la Lega del duo Salvini e Zaia.

Una coppia di cui cominciano a diffidare, e lo dicono apertamente. Hanno scoperto che la Lega ha fatto il doppio gioco: per poter cavalcare la tigre della lotta all’immigrazione ha svenduto l’economia e la faticosa ripresa del nostro Paese agli azzeccagarbugli.

La risposta è il loro silenzio assordante. “Per qualche barcone in meno“, dicono, “uccidono i nostri sacrifici“. Ma il duo leghista sta zitto e ben nascosto.

E mentre aspettiamo che Salvini e Zaia rispondano ai malesseri di quegli imprenditori che, peraltro, non fanno mistero di averli sostenuti, sapendo che nel gioco di potere tra Lega e 5Stelle a pagare sarà l’economia veneta, vogliamo puntare sui contenuti rispondendo agli imprenditori veneti che ci hanno chiamato in causa.

Siamo convinti che la flessibilità del lavoro è figlia degli anni di crisi, e non causata dalla normativa che oggi si vorrebbe cancellare, ma poiché il lavoro è frutto di economia in crescita e imprese, siamo contrari alle tutele dirigiste delle forme di lavoro temporaneo perché creeranno lavoro nero e le imprese venete non possono essere costrette a violare la legge.

Agli imprenditori veneti diciamo: abbiamo presentato correttivi al Decreto, alcuni dei quali agiscono sulla convenienza dei contratti a tempo indeterminato, agevolano le imprese ad assumere e tagliano strutturalmente il cuneo fiscale.

Puntiamo a rendere questa norma in linea con quello che l’economia veneta ha bisogno per continuare a crescere.

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