Come si presenta l’industria italiana nell’epoca della “decrescita felice”

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L’eliminazione dall’agenda della centralità dell’industria e della manifattura rischia di farci ricadere in un passato che pensavamo di avere definitivamente lasciato alle nostre spalle

Non abbiamo atteso l’infelice episodio dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle a Taranto che hanno invocato la chiusura dell’Ilva in temi brevi e neppure l’importante relazione di Vincenzo Boccia all’assemblea di Confindustria o le riflessioni dei sindacati di questi giorni per capire e evidenziare che una delle vittime più illustri nel “contratto” Lega-M5S è la politica industriale.

Ci era evidente, e lo indicavamo da giorni, come la politica industriale fosse semplicemente assente dal dibattito fondante dell’alleanza giallo-verde. Come se la questione industriale non fosse rilevante, anzi centrale, per la crescita ed il futuro dell’Italia.

Il nostro è un Paese di trasformazione e la manifattura e l’export hanno contribuito in maniera determinante alla tenuta del nostro sistema attraverso la crisi. Lavoro e ripresa dell’occupazione sono stati il frutto più evidente, ma non unico, di una politica industriale che si è sviluppata attraverso i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Politica fatta di scelte sui grandi settori tecnologici e produttivi da difendere e su cui investire, di cui Ilva è solo l’esempio più famoso. Politica fatta di misure attive per le imprese, piccole, medie e grandi. Industria 4.0 e la Strategia Energetica Nazionale sono solo i capitoli più noti al grande pubblico di una lista di interventi assai vasta.

Una lista che per le imprese va dalla riduzione della pressione fiscale alle agevolazioni per le nuove assunzioni, agli incentivi per il rinnovamento delle attrezzature e a quelli per la digitalizzazione e per la internazionalizzazione. Misure a cui si sono aggiunte una normativa specifica per le start-up e per il credito di imposta per la ricerca e un accesso al credito più semplice. Un politica industriale a cui hanno contribuito grandi riforme di sistema come ad esempio il Jobs Act, la riforma della pubblica amministrazione o quella della giustizia civile.

Tutto ciò, però, rifletteva una scelta, un assunto di base per il sistema Italia. Ovvero che la manifattura è stata e deve rimanere un elemento portante dell’economia, della crescita e del benessere del nostro Paese. Più istruzione, più formazione, più competenze, anche e soprattutto tecniche, per restare da protagonisti nella sfida mondiale dei paesi produttori con l’obbiettivo fondamentale di crescere e di generare lavoro e lavoro di qualità. Una sfida quella della qualità del lavoro sui cui si decide il futuro dei nostri giovani.

Il “Patto della Fabbrica”, o patto per il lavoro fra Confindustria Cgil, Cisl e Uil va nella direzione giusta, quella già percorsa faticosamente in questi anni, mentre l’ipotizzato accorpamento del Mise con il ministero del Lavoro, se mai dovesse avvenire, sarebbe una ulteriore conferma di come oggi lo sviluppo economico sia considerato ancillare ad altre visioni. Come si diceva più sopra, infatti, industria e manifattura sono punti quasi del tutto assenti nel contratto del “governo del cambiamento” che punta principalmente su argomenti come le pensioni, i respingimenti e il reddito di cittadinanza.

Temi importanti che solleticano i pruriti di una parte della pubblica opinione di oggi ma che rischiano di compromettere il futuro. Appare al contrario chiara, in termini di sviluppo economico, l’assoluta mancanza di consapevolezza e della visione reale della posta in gioco per l’Italia, perché le scelte di oggi sono le premesse del nostro status nel mondo di domani. Nulla è per sempre, tanto più in un mondo che si muove con velocità impressionate ed in cui lavoro e manifattura stanno migrando in maniera veloce verso l’oriente, colmando squilibri secolari.

Il rischio vero e concreto di oggi è che, attratti dall’illusione di una “decrescita felice”, l’eliminazione dal programma e dall’agenda del governo giallo-verde della centralità dell’industria e della manifattura si riveli in poco tempo un errore pericolosissimo che può farci ricadere domani in un passato che pensavamo di avere definitivamente lasciato alle nostre spalle.

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