Cambiare verso al Sud partendo dalle infrastrutture

Focus

Intervista al Prof. Busetta: “Il Sud per l’Italia dovrebbe diventare come la ex Germania orientale. In caso contrario, sarà tutto il Paese ad affogare”

Attrarre investimenti stranieri: da qui passa lo sviluppo del Sud, a rischio spopolamento e con un reddito pro capite pari alla metà di quello nazionale. Per fare questo il Paese deve garantire condizioni di Stato minimo e di vantaggio: lotta alla criminalità, semplificazione amministrativa, cuneo fiscale differenziato, fiscalità compensativa, capacità organizzativa e di comunicazione, ristabilimento di condizioni di equità con le altre realtà concorrenti per vincere la concorrenza di chi nella moneta unica non c’è ancora.

Ma la parola magica, quella che farebbe davvero cambiare verso al Sud, è una. Ed è infrastrutture. La più importante? Il Ponte sullo Stretto di Messina. Studiato per anni, progettato, infine anche appaltato e poi, con un colpo d spugna e una leggerezza imperdonabile, cancellato. Il fatto che non si sia ancora realizzato dice quanto il Paese abbia a cuore le sorti di quest’area.

E’ la tesi di Pietro Massimo Busetta, ordinario di Statistica economica presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Palermo, presidente del Consorzio Universitario di Agrigento, componente del consiglio di amministrazione della Svimez, autore di un libro, pubblicato di recente da Rubbettino, intitolato: Il coccodrillo si è affogato – Mezzogiorno: cronache di un fallimento annunciato e di una possibile rinascita e, che a Democratica.com dice: “Il Sud per l’Italia dovrebbe diventare come la ex Germania orientale. In caso contrario, sarà tutto il Paese ad affogare. E per i tempi che verranno mettiamo da parte alcuni luoghi comuni”.

Nella metafora il Coccodrillo è il Paese, che per Busetta pensava di tagliare tutta una parte e farla affondare da sola – per esempio, “facendo arrivare lo sviluppo per contiguità fino al nord della Campania e della Puglia, chiudendo il tutto con l’alta velocità Napoli, Bari, già quasi completamente finanziata. Ma il rischio che la parte del Paese abbandonata faccia affogare tutto il Paese è grande, come si è visto anche con le votazioni del 4 marzo, che hanno mutato il panorama politico”.

Professore, perché dice che il Paese non si è mai interessato al Sud e che cosa ne avrebbe ricavato e ne ricaverebbe?

Spesso si dice che il Sud, ancora dopo 160 anni dall’unificazione, non abbia trovato la sua strada per colpa sua, perché non ha saputo utilizzare in modo virtuoso i fondi strutturali, perché ha una classe dirigente incapace e perché ha un elevato tasso di criminalità. La verità è che, sì, spesso la classe dirigente nel Mezzogiorno non ha saputo rinnovarsi, la mafia è stata utilizzata come pretesto per non fare niente e che le risorse non sono mai state sufficienti. Ma ricordo un dato: le risorse comunitarie vengono utilizzate per sostituire le risorse ordinarie che non arrivano. Autostrade, ferrovie, metropolitane, tram si sono costruiti con i fondi strutturali. Diciamo che il Mezzogiorno per il Paese Italia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, perché consente di recuperare risorse che, senza le realtà a sviluppo ritardato, probabilmente perderebbe, per finanziare, come in parte già avviene, quelle a sviluppo ritardato dell’Europa a 27. Il colmo è, poi, che con i soldi del Paese si finanziano territori che utilizzano le risorse per diminuire la loro imposizione fiscale e rendere competitive e spesso vincenti le loro aree rispetto a quelle nazionali. Un esempio? Le Zone economiche speciali della Polonia e del Portogallo. Il nostro Paese, ripeto, non difende e valorizza a sufficienza il Sud, nella misura in cui continua a non creare infrastrutture necessarie, tali da attrarre investitori internazionali.

E veniamo al Ponte sullo Stretto di Messina.

E’ un pezzo dell’ampio puzzle che consentirebbe di stravolgere le sorti del Sud. Niente di particolarmente oneroso. Pensiamo ai quattro miliardi per il Mose di Venezia, due per la stazione in sotterranea di Firenze o alle decine di miliardi per il tunnel sotto le alpi. Fondamentale è collegare con l’alta velocità ferroviaria Palermo Catania Napoli e inserire in rete il porto di Augusta che potrebbe diventare la centrale di arrivo delle grandi navi porta container. Ma parlare di alta velocità ferroviaria, senza parlare di Ponte sullo stretto di Messina, è un controsenso, anzi è una teoria, perché non è possibile farla visto che i treni ad alta velocità non possono esser spezzettati come richiedono le procedure di traghettamento. E questi non sono gli unici appunti in tema di infrastrutture. C’è anche la questione di porti come quelli di Gioia Tauro, Augusta, Taranto che, al di là delle enunciazioni di principio, rimangono marginali a dispetto di quelli di Genova e Trieste.

Perché il Ponte non si è realizzato?

La classe dirigente del Paese – Confindustria, Sindacati, grandi mezzi di informazione, grandi aziende pubbliche – non hanno mai ritenuto che gli investimenti al Sud potessero essere importanti. E’ sempre stato meglio per loro destinare le risorse disponibili, scarse, al Nord. In questa logica prevalente si inseriscono gli utili idioti, non mi faccia dire nomi e cognomi, mai assenti dal dibattito, che hanno sempre rafforzato posizioni e lobby determinati. Non credo, in realtà, abbiano contato più di tanto i Nimbyperché quando certe decisioni si sono prese, si sono superate pure quelle opposizioni. Chi è contro un ponte, è contro l’idea più nobile del progresso: quella di creare un mondo nel quale si sia tutti più vicini

Da quanto scrive, sembra che nessun Governo abbia mai fatto qualcosa per il Sud. Non salva neanche gli ultimi due di centrosinistra.

Credo che nella visione di Matteo Renzi vi siano stati alcuni elementi di innovazione molto forti. Mi riferisco all’esigenza di centralizzare alcune decisioni laddove le comunità locali non erano pronte ad affrontare alcune problematiche, vedi: Tempa rossa, TAP, completamento della Salerno Reggio Calabria, messa a regime di Pompei e della Reggia di Caserta. E’ rimasta, però, nell’ex ministro per il Sud, Claudio De Vincenti, la convinzione, errata, che sarebbe bastato utilizzare meglio i fondi strutturali per avviare a soluzione la problematica del Mezzogiorno. Un ostacolo grande è stato poi fare i conti con il 130% del debito pubblico sul Pil che non poteva consentire investimenti fondamentali. Il varo della legge sulle ZES (zone ad economia speciale) è un elemento importante anche se la loro limitazione alle aree portuali ne fa uno strumento poco massiccio ed efficace. Il vero cambio di passo che serve, non si è visto. E non si può perdere altro tempo. Occorre lavorare sull’appeal del Sud, magari tramite un’agenzia apposita. E ancora, creare una ventina di Zes nel settore manifatturiero, agevolare il trasferimento di grandi centri istituzionali (Ministeri o Istat e di partecipate pubbliche) e lo spostamento di centri logistici privati, individuare alcune città meridionali per le Authority europee, realizzare grandi eventi come le Olimpiadi al Sud.

Ma per fare questo, la classe dirigente meridionale, che lei tende a preservare da molte critiche, sarebbe pronta?

Se fosse pronta, il Sud non sarebbe una realtà a sviluppo ritardato. E infatti è il Paese che deve prendersi la responsabilità, come ho detto più volte nel mio saggio.

Torniamo all’Agenzia che dovrebbe vendere il Sud. Non pensa che potrebbe essere troppo costosa, diventare un poltronificio e complicare, anziché semplificare, le procedure per attirare investimenti internazionali? E chi immagina alla sua guida, capace di far capire che il Sud non è il posto giusto solo per svernare?

Certo il rischio che tutto diventi un carrozzone è grande. Come per l’Expo, le Autority o le Olimpiadi. Ma si può stare fermi o bisogna far funzionare le cose? Penserei ad un grande manager alla Moretti per una agenzia di tale tipo. Ma non funzionerebbe se l’impegno fosse solo di una persona. E’ la logica complessiva che va cambiata e la vedo nera. Pensi, se il Paese davvero investisse nel Mezzogiorno, potrebbe esserci anche un altro sbocco interessante per quest’area – che non può vivere solo di turismo e ha bisogno anche dell’industria manifatturiera, per cui  non si può perdere una attività come quella dell’Ilva – Alludo ad un distretto sanitario per il Nord Africa. Le competenze ce le abbiamo.

Professore, ma per quanto tempo si tenderà a giustificare il ritardo del Sud con i fatti post unità?

Penso che la storia d’Italia vada riscritta e non dai vincitori, ma dagli storici!

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