Il caso Vectis, la testa dura per rimanere al Sud e lottare

Focus

“Abbiamo voluto trasferire al software il principio della leva, che permette di riorganizzare le forze in modo tale da ottenere grandi risultati, impiegando uno sforzo minimo”

Restare, anzi, tornare al Sud e fare business con le nuove tecnologie, nonostante la scarsa collaborazione delle istituzioni? Si può!

Parola di Luca Capobianco (Benevento, ’79), laureato in Ingegneria delle telecomunicazioni e Gianluca De Pascale(Napoli ’75), laureato in Ingegneria Elettronica che, dopo aver studiato e lavorato fuori regione (l’uno, prima a Siena e poi a Valencia, l’altro a Siena, Arezzo, Pisa e Trieste) hanno deciso di tornare in Campania e fondare sei anni fa a Benevento, Vectis .

“L’idea è nata dalla voglia di trasformare in valore la nostra conoscenza – spiega Luca – Abbiamo investito molto nella nostra formazione. Volevamo creare un ambiente in cui continuare a fare scienza applicata alle cose quotidiane. Con un background nel settore delle telecomunicazioni, una specializzazione nel machine learning e un  co-founder con una solida formazione in matematica applicata all’ottimizzazione di processo, il desiderio di trasferire questa conoscenza al mondo dell’impresa era molto forte. Siamo partiti da zero. Nel corso del 2013 la diffusione delle tecnologie abilitanti (mobile, cloud, rete, disponibilità di dati, capacità computazionali) aveva raggiunto un livello di diffusione ed accessibilità sufficiente per cominciare ad immaginare di costruire qualcosa da un ufficio con due scrivanie. Così ci abbiamo provato. I primi tempi sono stati duri. Lavoravamo sino a 18 ore ogni giorno. Io mi occupo dello sviluppo di sistemi di computer vision, applicazioni full-stack, progettazione, gestione di progetti e amministrazione in generale. Il mio collega è il responsabile tecnico di Vectis. Gestisce lo sviluppo delle tecnologie proprietarie e dei middleware, l’architettura dei sistemi complessi e la scelta delle soluzioni tecnologiche adottate”.

“Vectis – spiega Gianluca- significa leva. Abbiamo voluto trasferire al software il principio della leva, che permette di riorganizzare le forze in modo tale da ottenere grandi risultati, impiegando uno sforzo minimo.  Come fossero una leva, gli strumenti digitali trasformano un moderato investimento in profondi cambiamenti ed aumento delle prestazioni di una azienda. Il logo, invece, nasce dall’idea della fusione fra la leggerezza del digitale e la pesantezza delle macchine, un tributo alle Lezioni Americane di Italo Calvino, che nella lezione dedicata alla leggerezza esprime in maniera visionaria tutto ciò che la rivoluzione del digitale sta oggi dimostrando. Volendo semplificare al massimo, offriamo software aziendale. La novità rispetto ad altri concorrenti? Sulla base dell’esperienza, abbiamo suddiviso la relazione con il cliente in cinque passaggi, che scandiscono la gestione del progetto dalla richiesta specifica fino alla realizzazione dell’infrastruttura, standardizzando un percorso di digital partnership che abbiamo denominato bloom. Il fulcro del processo sta nelle continue interviste e validazioni da parte del cliente che accompagnano le continuous delivery, il rilascio continuo della soluzione a piccole dosi. Mentre il cliente utilizza il sistema, lo vede crescere e lo valida in continuazione, limitando i fattori di rischio e incomprensioni”.

Il portafoglio clienti di Vectis oggi è composto soprattutto da aziende di produzione e logistica campane. Di recente è stata avviata anche una partnership con TIM che sta acquisendo alcune delle soluzioni Vectis nella sua rete commerciale.

“Stiamo dialogando – aggiunge Luca – con aziende venete, toscane, laziali e due inglesi che richiedono competenze specifiche sulla fatturazione elettronica per penetrare il mercato italiano. Pur non avendo una vera struttura commerciale, facciamo del nostro meglio”.

Cosa è stato tosto nel mettere su Vectis?  

“Senza un vero seed iniziale o senza una storia imprenditoriale alle spalle, tutto è difficile – replica Luca –  Fino a venti anni fa, una azienda nasceva solo se si disponeva di capitali. Oggi le imprese nascono da una stanza con due computer e, rispetto a questo dato, il contesto beneventano è rimasto indietro. Gli strumenti, anche finanziari, non sono adeguati alle reali esigenze. Vectis è stata riconosciuta startup innovativa, ma l’iter è stato molto complicato. Il riconoscimento di alcuni diritti, come l’esonero da alcune tasse, ci è stato negato. Una startup innovativa non dovrebbe essere tassata come una normale srl. E’ irragionevole che lo Stato da una parte, riconosca ad una impresa il merito di fare innovazione (e quindi investimenti), dall’altra, la tassi a pieno regime dal primo giorno di attività”.

Le istituzioni locali hanno creato un contesto favorevole?

“Abbiamo registrato – dicono – la totale assenza delle istituzioni, che lasciano all’iniziativa privata qualsiasi forma di progettualità. Certo, non riteniamo che le istituzioni debbano dialogare sui temi o sulle necessità sollevate dalla singola azienda. Ma devono, almeno, creare le situazioni favorevoli allo sviluppo. Se parliamo di Campania, non si può pensare di applicare gli stessi modelli al capoluogo e alle aree interne, sperando di ottenere gli stessi risultati. Altro appunto: la maggior parte dei bandi di finanziamento richiede nello stesso tempo importi minimi di investimento piuttosto alti. E le risorse vengono erogate solo se dimostri che hai speso, quindi a stato di avanzamento chiuso. Questo per le microimprese non è sostenibile e occorrerebbe rimuovere almeno il vincolo sull’importo minimo. Meglio prevedere dei bandi a sportello di piccoli importi a cadenza regolare, ad esempio, bimestrale, perché il sud ha più bisogno di 50 progetti da ventimila euro che di uno da un milione. Infine, nella maggior parte dei bandi non sono finanziabili le attività dei soci lavoratori, vincolo che esclude la maggior parte delle piccole aziende digitali in crescita. In pratica, i nostri interlocutori istituzionali sembrano non conoscere le esigenze delle imprese quando aprono i bandi o, forse, hanno in mente solo un certo tipo di destinatario”.

Nonostante questo, i due ingegneri alla crescita del territorio stanno contribuendo molto.

“Con un notevole impegno di tempo e risorse – fanno sapere Luca e Gianluca –  cerchiamo di portare avanti progetti con scuole ed Università. In questo periodo siamo impegnati con l’Università del Sannio in un progetto trasversale in cui sono coinvolti il Dipartimento di Ingegneria e di Economia. Siamo in grado di creare queste buone occasioni anche grazie al lavoro di intermediazione che fanno le associazioni di categoria di cui facciamo parte – come Confindustria Benevento– che sono un valido supporto nel coordinamento con alcune istituzioni. Ci siamo resi disponibili per progetti di alternanza scuola – lavoro, entrando in contatto con un gruppo di studenti molto bravi dell’Istituto tecnico Industriale della città. Proprio da questa esperienza è nato un rapporto di tirocinio finalizzato all’assunzione. Prassi di questo tipo non sono consolidate qui al Sud. Eppure è proprio dalle relazioni, dalle reti e dai progetti comuni che il Sannio dovrebbe ripartire, come la maggior parte delle aree del Mezzogiorno. Guardando al futuro? Abbiamo già un tirocinio finalizzato all’assunzione e ne verranno altri.  Sulla diversificazione dell’offerta lavoriamo di continuo. Dopo aver raggiunto una buona disponibilità di sistemi software, stiamo entrando anche nel mondo dell’Internet delle cose. Siamo concentrati su un progetto di monitoraggio ambientale per la prevenzione delle malattie della vite e dell’olivo. E in questo ritorna il legame con il territorio sannita, a vocazione fortemente vitivinicola e olearia. Il nostro sogno? Fare di Vectis una azienda moderna che fattura abbastanza da avere un centro di ricerca e sviluppo interno”.

Si può, dunque, restare al Sud e tentare di avviare progetti apparentemente impossibili come il vostro?

“Si può tentare. Bisogna soltanto prepararsi a combattere le gastriti. Se ci sentiamo tosti? Non abbiamo il tempo per pensarci. Ditecelo voi. Di duro, però, abbiamo di sicuro la testa”.

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