“Vi spiego perché hanno vinto i narcisisti”. Parla Orsina

Focus
Di Maio e Salvini

Intervista a Giovanni Orsina, autore del saggio pubblicato di recente “La democrazia del narcisismo – Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio)

“Il Movimento Cinque stelle? È stato anticipato da due battaglie parallele e contrapposte: quella per la questione morale del Pci, che Berlinguer seppe sì sollevare ma non risolvere – per decenni cavalcata da testate giornalistiche come Repubblica – e quella contro la politica, per il partito personale e la disintermediazione tra leader e cittadini di Berlusconi”. A parlare è Giovanni Orsina, docente di storia contemporanea e vicedirettore della School of Government all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma, autore del saggio pubblicato di recente “La democrazia del narcisismo – Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio), convinto che il populismo non sia la malattia, ma il prodotto di una politica che da decenni non controlla più il futuro, ha perso senso e potere, ed è diventata il capro espiatorio per il risentimento universale.

Ma come si è arrivati all’ascesa del populismo e al divorzio tra cittadini e politica? Fino a pochi anni fa si pensava che la responsabilità fosse da attribuire alla crisi finanziaria. Si è visto, però, che, anche se l’economia è tornata a crescere, i partiti del risentimento avanzano e non solo in Italia.
L’origine del malessere – spiega il professore che nella sua analisi ricorre a pensatori Come Alexis de Tocqueville, Johan Huizinga, Ortega y Gasset, Elias Canetti e Augusto Del Noce – ha più di cento anni. Di questa storia fanno parte il connubio tra masse e potere degli anni Trenta e la cesura libertaria del Sessantotto, da cui per tanti versi è scaturito l’avvilimento della politica con Tangentopoli. Le classi dirigenti, e con questo termine indico chi governa il Paese, ma anche chi sarebbe deputato a educarlo, non hanno fatto maturare i cittadini. Li hanno, al contrario, viziati e fatti crescere nella convinzione che fosse possibile avere sempre più diritti e libertà. Ma la democrazia ha in sé una contraddizione: è una promessa-pretesa di felicità universale che non può essere mantenuta.

Cosa intende dire?
La democrazia, da un lato, garantisce agli esseri umani di essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro, funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. In caso contrario, è in pericolo la sua sopravvivenza. È successo che in questi cento anni il potere abbia assecondato le esigenze del popolo, cedendo il suo scettro. Il potere non ha saputo tenere il polso fermo, e, nello stesso tempo, non è riuscito per debolezza, comodità o ipocrisia, a trasformarsi, seguendo le metamorfosi individuali e sociali. Il popolo ha così preso il sopravvento. Con i decenni, se la destra si è lasciata assorbire dal mito del libero mercato sfrenato, la sinistra, non potendo più rappresentare i diritti collettivi della classe operaia, ormai scomparsa, si è buttata su quelli individuali. C’è stata una inflazione di pretese individuali che sa sfruttare solo chi ha già ampi spazi di libertà, quindi è ricco e colto. Lo scollamento tra cosiddette élites e popolo è diventato sempre più forte. Il popolo ha cominciato a pretendere l’autodeterminazione, la libertà di decidere da solo rispetto a governanti, considerati sempre più insensibili alle proprie esigenze e, soprattutto, disonesti. A furia di dire “chi ci governa fa il proprio interesse, è corrotto”, siamo arrivati alla politica del risentimento: si vota per sfogare la propria frustrazione, non per realizzare un progetto. La stessa Tangentopoli è stata usata da certa sinistra che non si sentiva più voce della classe operaia e ha cominciato a sventolare la bandiera della morale per conquistare il consenso. Agli inizi si è appoggiata ad una parte della magistratura, che poi l’ha spazzata via. Dopo la stagione di Mani pulite, la sinistra avrebbe dovuto fare pace con Craxi, capro espiatorio di quella stagione giustizialista, e schierarsi su posizioni più critiche nei confronti della magistratura. Non ha mai tentato. Oggi è troppo tardi, e il Movimento Cinque Stelle raccoglie i frutti.

Ma chi è il narcisista della politica? A leggere il suo libro, assomiglia al “democratico illimitato” di Tocqueville, all’uomo-massa di Ortega.
L’unica cosa che conti per lui, o lei, è che vengano soddisfatte le sue urgenze psicologiche immediate. Perciò il narcisista vive esclusivamente nel presente e di emozioni, più che di sentimenti e passioni. È privo di contrappesi, chiuso in se stesso, non ascolta, rifiuta le interpretazioni e valutazioni della realtà che gli provengono dall’esterno, si fida solo del suo giudizio. È intellettualmente una monade. In lui manca il confine tra il dentro e il fuori e l’onnipotenza si converte in impotenza. Il narcisista può fare quel che vuole, ma non sa cosa volere – ha tutti i talenti meno quello di saperli usare. Dall’impotenza alla paura, il passo è breve. E non si tratta di una paura rielaborata culturalmente e affrontata da una personalità robusta, ma di una paura grezza e istintiva cui si reagisce con rassegnazione.

Se la democrazia è vacillante da cento anni, nei prossimi tempi in Italia la degenerazione potrebbe subire un’accelerazione,  considerando l’augurio dell’avvento di uno Stato etico di Danilo Toninelli, il neo ministro delle Infrastrutture, e la reincarnazione di Luigi XIV attraverso Luigi Di Maio?
Non posso fare previsioni. Non so quanto durerà questo Governo. So solo che la democrazia è perfettibile, ci consente benessere, e che dobbiamo avere pazienza. Non possiamo pretendere che la promessa di autodeterminazione individuale, che la democrazia ci fa, sia mantenuta integralmente, perché questo non è possibile. Dopo l’avvento all’esecutivo nazionale di Lega e Cinque Stelle non si torna più indietro. Questo lo deve capire anche la sinistra, che ha il compito di ripartire dal basso, certo, ma soprattutto di resettarsi. Non mi convince l’idea di un fronte repubblicano lanciata da Carlo Calenda. Temo, per la sinistra e per quelli che oggi la guidano o ambiscono a guidarla, che il problema non sia tanto di posizionamento politico o di contenuti, ma di capacità di muoversi in maniera convincente sul palcoscenico, perché ormai la nostra vita è diventata pubblica. E per salire su quel palcoscenico c’è una sola condizione che davvero conta: essere integralmente nuovi.

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