“Colpa, pena e legge: i dilemmi eterni del diritto”. Parla Luciano Violante

Focus

Intervista all’ex presidente della Camera sul suo recente libro, scritto insieme alla vicepresidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, “Giustizia e Mito”

La giustizia non risana mai del tutto i conti né per le vittime, né per i carnefici. Lascia un che di incompiuto, un senso di insoddisfazione, una lacerazione non del tutto rimarginata. E, sebbene per funzionare prenda qualcosa in prestito dalla violenza che intende combattere, non può essere violenta, né diventare vendetta.

E’ il messaggio del libro: ritto di recente da Luciano Violante, ex docente di Diritto e procedura penale ed ex presidente della Camera dei deputati, oggi presidente di Italiadecide, associazione per la qualità delle politiche pubbliche, e Marta Cartabia, docente di Diritto Costituzionale e vicepresidente della Corte Costituzionale.

Un lavoro di quasi centottanta pagine che indaga i dilemmi del diritto nelle nostre società e affascina per la rilettura di tre personaggi della tragedia greca: Edipo, Creonte ed Antigone, attraverso i quali si analizzano i rapporti tra colpa, pena, legge e morale. Se per il personaggio caro a Freud il grande errore non è tanto il parricidio o il rapporto incestuoso con sua madre, ma la superficialità, mitigata dalla mancanza di coscienza, nel rapporto tra Creonte e Antigone, gli autori non vedranno nel primoun tiranno, ma in tutti e due – peraltro interdipendenti – il desiderio di una giustizia assoluta, portatrice di catastrofi. Tutti e tre lontani da una giustizia prudente, che sa osservare, ascoltare, cogliere, guardare in ogni direzione, tipica dei tribunali dove sacrosanto è il principio del contraddittorio, e da quella che gli antichi greci chiamavano phronesis, saggezza pratica. Tutti e tre incapaci di superare se stessi, senza un dio che riporti alla ragione e ricomponga i conflitti e senza un processo che accerti la verità avranno un destino terribile: il primo si accecherà, la seconda siimpiccherà, l’altro sarà condannato all’isolamento.

Ne parliamo con uno degli autori del libro.

Presidente Violante, colpisce la descrizione che fa di Creonte, il re di Tebe. Sembra che le sue simpatie vadano tutte al fratello di Giocasta e non tanto ad Antigone.

Lei ha colto perfettamente. Creonte è un modernizzatore, vuole governare la polis attraverso leggi scritte e conosciute. Rinuncia alla gestione familistica del potere ed ha la responsabilità di chi governa la città. Antigone, invece, dimentica la storia, trascura il fatto che suo fratello ha attaccato la città di Tebe, è portatrice di una giustizia scritta dagli dei, familistica, di sangue, primitiva. Antigone, in sintesi, antepone i vincoli familistici a quelli della cittadinanza.

Personaggi che – è questo il monito del libro – non devono sembrare antichi e superati. Il rischio di una giustizia che si limiti ad accertare verità precostituite e insegua la vendetta, è sempre dietro l’angolo. E’ vero, i testi delle nostre Costituzioni, a partire da quella italiana garantiscono l’accesso ad un giudice per la risoluzione di controversie, principi di imparzialità e indipendenza dei giudizi, presunzione di non colpevolezza dell’imputato, il principio in dubio pro reo, regole processuali per l’assunzione delle prove, oltre al principio di legalità e proporzionalità delle pene, doppio grado di giudizio, corti a tutela dei diritti della persona. Ma la giustizia anche nelle civiltà contemporanee è una espressione di forza.

Sì, di una forza necessaria a garantire sicurezza, che non deve essere mimetica della violenza da perseguire.

Fa esempi nell’ultima parte del libro, dedicata alla pena e alla riconciliazione, dove si propongono in alternativa al carcere: il Rib (confronto scontro tra due parti senza un giudice), la decadenza dai diritti politici, in particolare il diritto di voto che porta ad una sorta di morte civile, sanzioni che tocchino più il patrimonio, o addirittura, incontri o rapporti “spiazzanti”, extra ordinem. Misure, forse, in controtendenza rispetto agli obiettivi del Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per cui la rieducazione è solo quella all’interno del carcere.

Il carcere è un male necessario, ma proprio perché male, bisogna ricorrervi con prudenza. Tutti gli studi dimostrano che il tasso di recidiva è fortemente ridotto per chi in carcere lavora e per chi è affidato a misure alternative. Non mi pronuncio sui programmi scritti, che spesso sono destinati più a sancire una intesa che a tracciare una strategia. Vediamo i fatti. Al di là di tutto, le classi dirigenti hanno anche un compito pedagogico che consiste nell’innervare la società con valori indicati e praticati. Tra questi valori c’è anche la responsabilità per i fatti commessi, che non è vendetta, ma tentativo di equilibrio. Quando le classi dirigenti non adempiono a questo compito, prevale l’illusione repressiva, l’illusione che la punizione sia la panacea.

Forse, rispetto a tendenze giustizialiste sempre più diffuse, servirebbe un invito robusto ad un diritto più mite di alcuni costituzionalisti, tipo Gustavo Zagrebelsky.

E’ una osservazione che non va rivolta a me. Comunque, Gustavo Zagrebelsky è già intervenuto recentemente su temi analoghi.

Nelle società democratiche esistono contrappesi al potere, come la Corte Costituzionale o un uso moderato del diritto all’obiezione di coscienza. Che senso può avere ancora una figura come Antigone, portatrice di diritti delle minoranze e quanto un personaggio come questo può destabilizzare la sicurezza di una collettività?

E’ un tema che non può essere affrontato in una breve risposta. Sono le minoranze che operano i cambiamenti nella storia e ci sono anche le leggi ingiuste, contro le quali bisogna battersi. Le leggi razziali, per esempio. In ogni caso i desideri e le aspirazioni non sono diritti. Chi porta avanti interessi individuali non può mettere a rischio la vita o la salute di altri cittadini. Questo può essere un principio guida.

Nei suoi precedenti libri si è spesso occupato del rapporto sbilanciato tra politica e magistratura. Come valuta la sentenza della Corte di Cassazione sulla vicenda dei 49 milioni di euro sui conti della Lega?

Dovrei conoscere meglio il caso per poterle rispondere. Certo, la reazione del ministro Salvini sembra ricalcare vecchissimi schemi.

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