Per una critica del tempo presente. Parla Mauro Magatti

Focus

Intervista al docente di Sociologia alla Cattolica di Milano, autore del libro “Oltre l’infinito – Storia della potenza dal sacro alla tecnica”

“Con la caduta dell’illusione liberale – seguita al crollo del muro di Berlino – che avrebbe dovuto portare benessere per tutti, tornano in gioco la politica e la religione, che la tecnica aveva soppiantato. Ma entrambe rischiano di rientrare in campo in modo sbagliato. Pensano di fronteggiare una tecnica sempre più invadente e a-finalistica – perché ha cancellato fini e orizzonti dall’esistenza dell’uomo – ma continuano a voler monopolizzare la violenza. Come immaginano di fermare il potere della tecnica, se continuano ad incappare negli errori commessi nel passato, usando la stessa violenza che vogliono abbattere? L’uomo è potenza, e l’unico modo perché questa sua caratteristica rimanga aperta è che teologia, ideologia e tecnica smorzino le proprie intemperanze e imparino a giocare tra di loro. La religione deve purgarsi di ogni forma di fondamentalismo, la politica deve abbracciare il principio della realtà e la tecnica che, sì, ha permesso ad oltre un miliardo di persone in trenta anni di uscire dalla povertà, non può più pensare che non esistano limiti”.

E’ quanto afferma Mauro Magatti (1960), docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano, autore del libro, pubblicato di recente da Feltrinelli, intitolato Oltre l’infinito – Storia della potenza dal sacro alla tecnica – che si affretta a dire: “Questo lavoro non offre soluzioni. Si limita a far comprendere che stiamo correndo un rischio. La società della potenza tecnica, affermatasi nel 1989, è entrata in crisi, così come quel suo biopotere che ha esercitato con tanta disinvoltura e senza alcuna autocensura. La conseguenza è che non riesce più a risolvere i problemi che ha causato e non si intravedono paradigmi nuovi per interpretare e costruire la realtà. La tecnica ha inaridito la vita degli uomini e l’ha resa per tutti uguali, uccidendo la sua capacità di essere eccentrica, cioè, spostata rispetto ad un centro stabilito dall’esterno e in modo assoluto. Ma la vita dell’uomo non è mai determinata solo dal lato biologico o storico. Anche se limitata, ha una caratteristica, appunto, quella di essere possibilità e trascendersi”.
Di qui la necessità di un atto rivoluzionario, un’esperienza “istituente”, che un tempo sarebbe stato, ad esempio, essere omosessuali, ma che oggi richiede un coraggio diverso. Quello che occorre oggi è tornare presto ad agire sulla realtà, ma senza perdere di vista la possibilità di un fallimento, di un vuoto. E questo, a dispetto di una tecnica che, negli ultimi venti anni, a leggere Magatti, non ha conosciuto divieti, né censure, né inciampi nei nostri rapporti affettivi, riproduttivi e intergenerazionali.

“Pensiamo – afferma – alla potenza della tecnica nella medicina. Più che curare una malattia, mi sembra sia sempre stata rivolta a perseguire l’efficienza biologica. O ai fenomeni di postumanesimo e transumanesimo, che puntano a uomini in grado di fare da sé, senza Dio, ed eterni. E’ il capolavoro della tecnologia: farci credere che non abbiamo bisogno di nessun altro, che siamo completamente liberi di fare quello che vogliamo, che possiamo continuamente scegliere e che ogni legame è perfettamente reversibile, nascondendoci nel contempo la nostra dipendenza dall’organizzazione sistemica. E forse persino il nostro asservimento ad essa. Ma la nostra anarchia è solo apparente. Affidandosi ai sistemi tecnici, la nostra vita quotidiana raggiunge livelli di organizzazione mai visti nella storia, divenendo capace di creare prima e soddisfare poi buona parte delle domande individuali. Certo, la libertà di scelta si è ampliata. Ma aumentano anche le attività codificate secondo procedure che devono essere rigidamente rispettate. In un mondo che corre veloce e cambia molto in fretta, poi, c’è una certa difficoltà nel riuscire a sviluppare quel mondo personale e specifico nel quale la vita umana può avere luogo. Con questo non auspico un ritorno al passato. Non mi auguro che a recuperare la potenza umana sia quella religione dogmatica in nome della quale si sono commessi atroci sacrifici. Né voglio che a pensarci sia la politica, quella che dall’89 si è occupata solo di diritti individuali. Sì, perché nei vent’anni del primo esperimento storico di società tecnica, i sistemi politici hanno cercato di adattarsi, disimpegnandosi da elementi identitari”.

E questo perché a dominare, secondo il docente, “è stata l’idea di un Io cosmopolitico in grado di muoversi liberamente nel sistema tecnico globalizzato per soddisfare i propri desideri soggettivi, in un regime di aumento di possibilità per tutti. La domanda a cui si è cercato di dare soddisfazione non riguardava più la condivisione di valori, tradizioni, fini comuni, quanto la creazione di una infrastruttura istituzionale efficiente e neutrale in grado di sostenere la consapevolezza di possibilità infinite. La politica deve, invece, tornare a parlare di persone e attivarsi per creare legami, curare territori. Di diritti individuali la politica muore, così come muore una politica che erige muri. Il pensiero va a Trump, quando dice ‘America First!’. Muore anche priva di senso di realtà, come quella di Di Maio, quando afferma ‘voglio abolire la povertà, ma dei mercati non mi interessa’ o quella di chi vuole benessere per tutti e si pone a capo di sovranismi o sbatte i pugni a Bruxelles. Trovo stupide, cioè, inutili, battaglie simili. Pura ideologia. Certo, è giusto reagire alla prepotenza della cultura finanziaria, allo strapotere di alcune multinazionali che beneficiano spesso di bonus, ma non si può dire che ci infischiamo dei mercati, perché i mercati sono fatti di cittadini, lavoratori dipendenti che investono in obbligazioni emesse dal Tesoro e da piccoli proprietari che hanno acceso un mutuo per comprare la casa. In questo senso, maggiori investimenti in educazione e comunicazione anche tramite il web – sì, quello che ha permesso la diffusione di populismo e sovranismo – può aiutare la politica. Ma la Rete va governata”.

In concreto, professore, come recuperare la capacità di sottrarsi all’immediatezza, al presentismo, cogliere l’apertura delle possibilità e imprimere una nuova direzione rispetto alla crisi della società della tecnica e tornare a vivere la potenza? “C’è una sola possibilità – replica Magatti – tenere aperti i tre ‘soli’: una religione che non chieda più sacrifici umani, una politica che sappia gestire la complessità del presente e dia ai cittadini gli strumenti per comprenderla, perché questi non ne abbiano più paura e una tecnica non astratta, ma agganciata alla vita e che accetti la scommessa del vuoto, perché desiderio e impossibilità restano annodati. Occorre che tutte e tre si bilancino tra di loro. Un primo atto concreto: pensare ai giovani, investire su di loro. Del resto sono loro che rappresentano la speranza, cioè, la nostra capacità di superarci”.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli