“Anche sottovalutare è un reato”. Parla Teresa Ciabatti

Focus

L’intervista di Democratica all’autrice di “La più amata” e “Matrigna” per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

“La cultura può cambiare le cose, perché la parola ha il potere di incidere sul racconto della realtà”. Ne è convinta Teresa Ciabatti, giovane e già affermata scrittrice, lo scorso anno selezionata tra i finalisti del Premio Strega con il suo romanzo La più amata, edito da Mondadori, e oggi nelle librerie con Matrigna, edizioni Solferino.
L’abbiamo incontrata per Democratica in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per discutere con lei di un fenomeno, e dei suoi possibili anticorpi.

Teresa Ciabatti, che sta succedendo alla nostra società?
Nei miei romanzi provo a raccontare modelli di donna ciascuno diverso all’altro. Per me non esiste un solo modello, ognuna di noi può esserlo perché ogni donna è diversa. Quello che oggi invece mi fa paura è questo identikit della “vittima perfetta”, con delle caratteristiche precise. Ed ecco quindi che una donna come Asia Argento, che non rispecchia lo stereotipo della vittima, automaticamente non può esserlo. È un discorso che vale per tutte, anche per le ragazzine che subiscono violenze: non bisogna cercare la vittima migliore, ma al contrario liberarsi dei cliché.

Gli stessi stereotipi valgono per i carnefici, non è così?
Sì, e anche quello è un fenomeno interessante. Si tratta di un mondo raccontato dalla televisione, che ha bisogno di contrapposizione, dunque anche chi compie la violenza deve per forza di cose essere un mostro. Invece i carnefici possono essere tutti, anche gli insospettabili. Non mi interessa chi era il carnefice, va valutata l’azione in sé.

Tra campagne e cronaca se ne parla tantissimo, eppure il fenomeno non accenna a diminuire. Secondo lei come mai?
Viviamo un’epoca in cui prevale la rabbia, che è difficile sia da riconoscere che da placare. La conferma è nel fatto che molti degli assassini si tolgono la vita o si costituiscono, come se si fossero resi conto di ciò che hanno fatto, ammettendo, ed è terrificante, che si è trattato di rabbia incontrollata. Purtroppo spesso tutto viene catalogato come un momento, mentre invece è l’azione che qualifica la persona. Detto questo, raccontare il fenomeno è importantissimo, perché è una forma di educazione. L’elemento fondamentale che va trasmesso è che tutto questo è vicino a ciascuno di noi e può succedere a chiunque, per questo è necessario essere tutti responsabili e attenti, senza allontanare queste vicende da noi.

Un dato che lascia l’amaro in bocca è che quasi una vittima di femminicidio su due aveva in precedenza denunciato.
È uno degli aspetti più gravi. Un contro è una violenza che si consuma tra le mura di casa, ma la sottovalutazione da parte di chi è vicino alle donne, o peggio da parte delle forze dell’ordine, è gravissima. È un fatto che si ripete troppo spesso, per questo forse andrebbe considerato addirittura come un reato. Anche qui, il fenomeno della sottovalutazione avviene perché si separa il gesto da chi lo ha compiuto, invece gesto e persona vanno identificati, perché le azioni contano più della persona in sé.

I tempi che viviamo possono contribuire ad accentuare la rabbia nella nostra società?
Qui entriamo in un discorso politico in cui spesso si fanno dei distinguo, per cui se il violentatore è un extracomunitario è un mostro mentre se è italiano quasi non se ne parla, invece davanti a gesti simili sono tutti uguali. Sicuramente questo clima politico favorisce lo spostamento del discorso, perché personalizza su chi era la vittima e chi il carnefice, creando quasi una gerarchia.

La cultura può ancora avere un ruolo?
Non solo, ma è una discussione che torna urgente e alla quale tante donne e uomini stanno partecipando, ad esempio a me piace molto quello che dicono Giulia Blasi o Michela Murgia, donne che combattono tantissimo per le altre donne. Quello che viviamo oggi è un problema di cliché e di racconto, e pensiamo a quanto scrittori o intellettuali possono contribuire a questo racconto. Il ruolo degli intellettuali oggi diventa importantissimo, perché le loro parole hanno potenza e forza. È quello che già sta accadendo come reazione a Salvini, in tanti, non solo tra gli intellettuali ma anche tra la borghesia, si sono resi conto del pericolo. Ce ne siamo accorti troppo tardi, speriamo solo di essere in tempo. Oggi i sento il dovere di esserci, perché se parla una moltitudine, le cose cambiano.

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