Le macerie dell’isolamento

Focus

Non si vede in quale direzione si stiano costruendo nuovi ponti in grado di sostituire quelli antichi che vengono brutalmente abbattuti da Salvini e Di Maio

Conviene davvero al nostro interesse nazionale l’isolamento europeo a cui punta il governo gialloverde? E’ questa la domanda da farsi di fronte alla nuova polemica anti-francese scatenata da Salvini e Di Maio (con l’accompagnamento del tamburino nero della Meloni).

Una polemica dietro la quale c’è qualcosa di più profondo di una mossa elettorale o della ricerca di un diversivo dalle notizie sul peggioramento del quadro economico. Qualcosa che ha a che fare con un tratto che unisce Lega e Cinque Stelle da tempo e certamente da prima della formazione del governo.

E’ il duplice e comune obiettivo che punta da un lato a creare lo spazio ideale per la realizzazione delle politiche populiste (uno spazio che sia libero dai vincoli dell’integrazione sovranazionale) e dall’altro ad attingere ai serbatoi più oscuri dell’autoritarismo italiano e di ogni latitudine (antimondialismo, complottismo, suprematismo, antisemitismo etc.).

Non è una novità che il populismo abbia bisogno di confini molto rigidi per far funzionare il motore truccato della caccia al consenso popolare: attraverso il saccheggio del patrimonio economico e finanziario nazionale, attraverso le campagne di mobilitazione permanente contro nemici esterni o interni e senza il fastidio di un contesto internazionale che chiede accountability e che obbliga alla verifica dei risultati.

E’ accaduto e continua ad accadere in America Latina – dove il nazionalismo più severo collega le vecchie esperienze peroniste alla dittatura chavista di Maduro – così com’è naturalmente un tratto fondante delle nuove “democrazie autoritarie” dell’Europa orientale.

Il punto è se il metodo populista dell’isolamento convenga all’Italia, ai nostri interessi nazionali e al futuro del nostro paese. Perché è grosso modo dai primi passi dello Stato unitario che l’Italia ricava vantaggi dalla sua integrazione internazionale e svantaggi dal contrario, sul piano sia economico che politico, com’è naturale per una nazione troppo piccola per poter fare da sola e troppo grande per poter essere ignorata dai partner.

E nessuna stagione della nostra storia contemporanea è stata completamente aliena al tentativo di creare alleanze che aiutassero l’Italia ad uscire dall’angolo. Non ne fu estraneo neanche il fascismo, che prima di approdare all’asse con la Germania hitleriana aveva percorso – tra le altre – la strada di varie intese continentali o quella degli accordi in chiave antitedesca con i paesi dell’Europa centrale.

Quello che stupisce e preoccupa del governo gialloverde è la superficialità con cui archivia non solo una tradizione (quella del nostro essere cerniera tra l’asse franco-tedesco e le aree geografiche limitrofe all’Unione europea) ma soprattutto un metodo secolare di costruzione di alleanze.

Perché davvero non si vede in quale direzione si stiano costruendo i nuovi ponti e i nuovi accordi in grado di sostituire quelli antichi che in questi mesi vengono brutalmente abbattuti dalla coppia Salvini-Di Maio. L’area di Visegrad è più “un luogo dell’anima” gialloverde che non un vero partner politico ed economico, anche a giudicare dall’opposizione venuta di recente da quei paesi ai tentativi del governo di sforare i vincoli comunitari. La Gran Bretagna neo-sovranista, per quanto travolta dal caos, non ha mai ricevuto dai gialloverdi l’offerta di una sponda (né d’altra parte il governo appare intenzionato a cogliere la finestra di opportunità che la Brexit apre già oggi in Europa per paesi come l’Italia).

Se nuovi amici non ce ne sono, intorno a noi restano molti nemici. E soprattutto la determinazione autolesionista di un governo che punta sì a capitalizzare nel voto europeo la “chiamata alle armi” anti-francese, ma senza minimante preoccuparsi delle macerie che verranno lasciate intorno al nostro paese dal giorno dopo delle elezioni di maggio.

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