Israele sempre più a destra. La pace sempre più lontana

Focus

Netanyhu verso il quinto mandato alla guida dello Stato ebraico. Lo straordinario risultato dell’ex militare Gantz non è bastato

La cosa più strana della campagna elettorale che ha preceduto le elezioni in Israele che, salvo improbabili sorprese, dovrebbero riconsegnare il Paese a Benjamin Netanyahu, è che il processo di pace con la Palestina è stato un argomento marginale, entrato nelle rubriche dei candidati solo negli ultimi giorni. Strano, fino a un certo punto. Perché il processo di pace, in realtà, non è mai stato tanto precario e lontano. Non è stato un tema affrontato dagli oppositori di Netanyahu, timorosi di portare acqua al mulino di ‘King Bibi’, come lo chiamano i suoi sostenitori. Ma non lo è stato neanche per il primo ministro, che evidentemente considera la questione dimenticata. Anzi, nelle ultime ore, Netanyahu è tornato all’attacco – forte dello sbandierato appoggio di Donald Trump – promettendo l’annessione di parte dei territori della Cisgiordania.

Una strategia che, alla fine, nonostante gli scandali giudiziari che rischiavano di condizionare il voto degli israeliani, ha finito per pagare ancora. Il Likud, il partito di centrodestra del primo ministro israeliano, infatti, ha ottenuto il 29 per cento dei voti alle elezioni legislative e con ogni probabilità sarà ancora la forza che esprimerà il governo. Per Netanyahu sarebbe così il quinto mandato da primo ministro, il quarto consecutivo. Nel voto che si è tenuto ieri per rinnovare la Knesset, il Parlamento unicamerale israeliano, anche il principale partito avversario del Likud – il centrista “il Blu e il Bianco”, dell’ex militare Benny Gantz – ha ottenuto circa il 29 per cento dei voti, conquistando 35 seggi (esattamente come il partito di Netanyahu). Ma il Likud e i suoi alleati di destra hanno le migliori chance di riuscire a formare una coalizione che arrivi ad almeno 61 seggi e coinvolga quindi la maggioranza della Knesset (che è composta da 120 membri).

Le possibilità di Gantz, nonostante il travolgente successo di una lista che fino a tre mesi fa praticamente neppure esisteva, sono ridotte al lumicino anche per il deludente risultato della sinistra. I laburisti – a lungo lo storico secondo partito di Israele, capace anche di vincere ed andare diverse volte al governo, che tra le altre cose guidò Israele alla firma degli Accordi di Oslo con i palestinesi, nel 1993 – hanno raccolto solo sei seggi. Meretz, ancora più a sinistra, quattro. Così come le due liste presentate dai partiti arabo-israeliani (che difficilmente avrebbero sostenuto Gantz). In Israele, d’altronde, gli arabi israeliani sono circa il 17 per cento della popolazione, ma da sempre la loro partecipazione alle elezioni è molto più bassa di quella del resto degli aventi diritto al voto. Commentando i risultati un rappresentante dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina ha detto che gli israeliani hanno scelto il razzismo e il conflitto permanente votando per candidati “impegnati inequivocabilmente” per il mantenimento di uno “status quo basato sull’oppressione”.

Sono in molti, infatti, a sostenere che la prossima legislatura sarà quella più a destra della storia di Israele. Non certo un viatico per pensare di riavviare il processo di pace. Per Netanyahu, infatti, nonostante abbia definito il risultato elettorale “una vittoria immensa”, non sarà affatto semplice formare una maggioranza. La sua coalizione (che vede insieme il Likud, con il partito religioso” Shas”, il “Giudaismo unito nella Torah”, l’Unione dei Partiti uniti della destra e Israel Beytenu), otterrebbe 65 seggi. Nuova destra e Zehut, due partiti della destra oltranzista a cui Netanyahu aveva stretto l’occhio (con Nuova destra era in alleanza) non avrebbero raggiunto la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Nelle prossime settimane vi saranno ferventi trattative e Bibi avrà a disposizione 42 giorni per formare il nuovo esecutivo.

Difficile fare previsioni precise. Ma si possono già definire alcune certezze. La prima, appunto, è che Israele vira ancora più a destra. La seconda è che Netanyahu rischia di essere ostaggio dei piccoli partiti che andranno a comporre la sua coalizione. L’ultima, triste, verità è che la soluzione dei due popoli, due Stati, sembra ormai un miraggio irraggiungibile.

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