Noi italiani sappiamo come costruire la nuova Europa

Focus

Siamo europei ma prima ancora italiani. Facciamo contare questa doppia identità

Nel tempo delle tenebre l’Europa è nata in Italia con il Manifesto di Ventotene. Sarebbe sbagliato però farsi dare la linea solo da Emmanuel Macron. Noi sappiamo quello che si deve fare.

Noi italiani abbiamo la fortuna di non essere attraversati dalla rabbia che infiamma tante piazze europee e non dobbiamo perdere tempo nel riaprire il cantiere delle riforme europee. Possiamo dare il buon esempio. Insieme a tanti altri amici europeisti, che confluiscono in diverse associazioni storiche, come il Movimento europeo, o più recenti, come la Nuova Europa o i Giovani Federalisti, da tempo ci muoviamo per sensibilizzare soprattutto il mondo giovanile ai temi della condivisione. In vista delle prossime elezioni europee servono però proposte concrete che si muovano su queste linee direttrici: Dare uno Stato all’euro, Costituzione, Cittadinanza, Formazione.

Il primo punto è quello delle riforme economiche. La moneta unica non ha comportato la convergenza delle varie economie. Ormai è sotto gli occhi di tutti che di fatto l’Unione Europea è divisa già oggi in due continenti: chi ha adottato l’euro e chi invece è entrato solo nel mercato unico. I primi, a causa dei troppi regolamenti che ne hanno ingabbiato le politiche economiche, crescono in media la metà degli altri, che invece hanno goduto della partecipazione al progetto, usufruendo dei fondi comunitari come volano sociale e industriale. In questo contesto diventa imprescindibile affrontare il tema delle disuguaglianze. E’ dunque urgente adottare politiche e misure europee per creare uno spazio unico di welfare europeo, un Social compact che si contrapponga al Fiscal Compact. Va dato uno Stato all’euro e allo stesso tempo urgono strumenti per ricondurre fuori dal rischio di esclusione sociale oltre cento milioni di cittadini. È perciò essenziale che l’Unione Monetaria sia dotata di un vero e proprio governo politico, che possa contare su un Ministero Unico del Tesoro che emetta Eurobond, sintesi della condivisione del debito, come accaduto sin dall’inizio negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, per affrontare la riduzione del lavoro a causa della digitalizzazione dell’economia, che colpisce tutto lo spazio europeo, è il caso che le future istituzioni comunitarie comincino ad affrontare lo studio di strumenti di imposizione europea sulle transazioni finanziarie, che vadano a finanziare politiche contro la disoccupazione, definendo poi completamente l’Unione Fiscale e l’Unione Bancaria. Questa doppia azione permetterebbe a tutti gli europei, sia coloro che vivono nell’Eurozona, sia quelli che sono solo dentro il mercato unico, di godere fattivamente della partecipazione all’Unione Europea.

Il rafforzamento delle politiche economiche non può però proseguire senza un cambio di passo nel riconoscimento dei diritti di cittadinanza. I partiti europei e quelli nazionali devono quindi assumere nei loro programmi un preciso impegno per redigere nel nuovo Parlamento eletto la Costituzione di una futura Comunità federale, con una speciale sessione costituente, da far approvare poi in un referendum popolare. Senza la Carta Primaria, che sancisca i diritti individuali che così bene sono garantiti da numerosi trattati, agli europei mancherà una visione comune, non emergerà come il loro legislatore a Bruxelles e Strasburgo lavori per loro. Esattamente quello che accade da sempre al Congresso e al Senato americano. Insieme ad una Costituzione Europea, che altro non può essere se non una proiezione dei principi di supremazia della legge, di eguaglianza, di pluralismo, di non discriminazione, già in nuce elaborati nel Manifesto di Ventotene, occorre un sistema di sicurezza interna comune e condiviso che, oltre alla creazione di un Fbi europea, si occupi anche di far rispettare i doveri di accoglienza come di regolare i flussi migratori attraverso una più decisa azione di cooperazione. Il tutto, ovviamente, non può reggere senza una politica estera unica, che sia fondata su una sola voce dell’UE nelle sedi internazionali.

La terza direttrice, quella della Formazione, è però il perno di tutta l’azione riformatrice. Oggi milioni di giovani si considerano direttamente europei (a differenza di chi scrive, che è europeista e cittadino onorario di Ventotene) perché godono, a volte anche inconsapevolmente, di quel passaporto che gli viene conferito grazie alla libertà di movimento. Questa è la forza del futuro dell’Europa.  La forza del destino. L’obiettivo di creare una cittadinanza comune può essere raggiunto solo rendendo obbligatorio ciò che per ora è solo una possibilità in Italia, ovvero lo studio nelle scuole di ogni ordine e grado dell’educazione civica europea, dei trattati e della futura Costituzione europea. Se è vero che uno Stato nasce e può morire tra i banche di una classe, un’Europa più coesa, più radicata nelle sue origini, più rispettosa delle diversità che ne arricchiscono la tradizione storico-culturale, non può che muoversi da quelle aule. In queste senso, andrebbe anche previsto un Erasmus a spese della Commissione per tutti gli under 16 e andrebbero introdotti elementi essenziali di studio del diritto europeo in tutte le facoltà universitarie per rendere omogeneo l’intero impianto formativo.

Sono piani ambiziosi? Certamente. Ma lo era ancora di più ipotizzare la federazione degli Stati, essendo relegati al confino in piena guerra mondiale. Eppure è accaduto. Può riaccadere. La forza la possiamo trarre dal nostro stesso Dna. Siamo europei ma prima ancora italiani. Facciamo contare questa doppia identità.

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