In “Kreatur” il racconto della nostra fragilità

Focus

A RomaEuropa Festival l’ultimo lavoro di Sasha Waltz

La danza contemporanea porta sempre a fare i conti con il superamento dei limiti del corpo, ogni volta spinto un più in là. Non è una novità.

Performance estreme, in cui il corpo viene non solo messo alla prova ma usato come materia informe, plasmabile e modificabile da una volontà e un disegno altro, esterno, che crea e ricrea, fa e disfa, sperimenta, chiedendo ai danzatori disposizione totale e tecnica mozzafiato, sempre più assimilabile a un agonismo sportivo, da competizione olimpionica.

A farne le spese a volte è proprio quel quid che distingue la danza da una gara di ritmica o artistica, nonché il contenuto, rivendicato nei titoli e nelle intenzioni, ma che spesso sfugge allo spettatore.

Così assenso e dissenso, da emozionale, estetico, intellettuale, diventa riconoscimento di un tecnicismo infallibile, che magari stupisce ma non emoziona. E la sfida resta sempre raccontare attraverso i gesti un pensiero, un’idea, suggestioni e percezioni della realtà, anche sparse e frammentarie, più difficili da restituire rispetto a una storia conosciuta.

Questo per riconoscere al lavoro di Sasha Waltz un rigore e una forza espressiva capace non solo di raccontare ma di offrire a chi guarda il bandolo perché il proprio individuale racconto si  avvii.

E Kreatur, il suo recente lavoro che ha aperto mercoledì 20 settembre scorso la trentaduesima edizione di RomaEuropa Festival, racconta della nostra fragilità di donne e uomini contemporanei, delle nostre paure, più o meno consce e giustificate, delle minacce che incombono anche come provocazioni, degli inganni sotto forma di seduzione.

Pensando a un precedente lavoro della coreografa tedesca, anch’esso presentato per Romaeuropa quattro anni fa – Continu appare subito evidente la coerenza del discorso di questa coreografa da un anno alla direzione del Berlin State Ballet.

Anche là si rifletteva sul genere umano e sulle differenti culture, ma qui si va oltre, indagando gli effetti che nascono dall’incontro – scontro tra le culture.

Una scena sintomatica si svolge attorno a una sorta di totem sacrificale, in cui il rapporto singolo gruppo si articola anche attraverso la voce, prima solo con suoni  poi ripetendo ognuno, in francese, ‘contro le frontiere’.

Ai danzatori si chiede non solo di generare figure al limite del proprio corpo, ma di vivere situazioni limite nell’ambiente che li circonda.  Altra scena chiave è quella in cui li ritroviamo ammucchiati e stipati in cima a una struttura scaliforme, in bilico sui bordi o arrampicati a parete. Uno sta per cadere, un altro scavalca verso un di là da conoscere che noi ignoriamo. Si racconta il pericolo, il rischio, la vita stessa come estrema posta in gioco. E anche in platea si teme per loro.

Oppure si prova fastidio,  sull’onda di rapporti di forza abusati, assistendo alla prepotenza di uno sull’altro, o ancora, si parteggia per un riccio che combatte da solo in mezzo a una moltitudine di corpi nudi.

Ecco, il riccio. Con tutti i suoi aculei e il loro rumore. Uno dei costumi che fanno lo spettacolo, firmati dalla designer Iris Van Herpen, giocati su trasparenze, tessiture filiformi, materiali alternativi, o perfette esaltazioni di nudità. Nati e creati insieme ai movimenti, come il suono della band berlino-newyorkese Soundwalk Collective, che affonda nelle ombre e nel lato buio dell’umanità.

Un bell’inizio per RomaEuropa, che sulla danza scommette sempre con coraggio.

Altro ritorno attesissimo è anche quello di Dada Masilo, eccentrica danzatrice e coreografa di Johannesburg, che dopo Il lago dei cigni e Carmen, presenta una Giselle con undici danzatori e musiche composte ad hoc da Philip Miller che fondono suoni occidentali e ritmi africani. Di William Kentridge sono invece i disegni che accompagnano lo spettacolo. (al Teatro Olimpico dal 28 settembre al 1° ottobre).

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