La Brexit congelata, il funzionamento dell’Unione e l’irrilevanza dell’Italia

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La Brexit è congelata (per ora), ma il nostro Paese è fuori (ormai da tempo) dalla cabina di regia delle grandi e strategiche decisioni europee

L’hanno chiamata flextension, l’ulteriore proroga del termine di cui all’articolo 50, paragrafo 3, TUE, concessa al Regno Unito nel vertice straordinario del Consiglio europeo di ieri sera, per ratificare l’accordo di recesso che ne decreterebbe l’uscita dall’UE.

Proviamo a ricapitolare. I negoziati tra l’UE e il Regno Unito per l’accordo di recesso sono stati avviati il 19 giugno 2017, a seguito del noto referendum tenutosi il 23 giugno 2016 e della notifica formale del processo di recesso il 29 marzo 2017, ai sensi dell’articolo 50 TUE.

Stando a tale disposizione, l’uscita dall’UE si dovrebbe concludere entro due anni (quindi, nella specie, il 29 marzo 2019), salvo che – come espressamente previsto – il Consiglio europeo decida, su richiesta dello Stato membro interessato e deliberando all’unanimità, di prorogare tale termine.

Con lettera del 20 marzo 2019, il Regno Unito ha presentato una richiesta di estensione della data per la Brexit fino al 30 giugno 2019, per portare a termine la ratifica dell’accordo di recesso in presenza di forti tensioni politiche al proprio interno. Il 22 marzo 2019, il Consiglio europeo ha accolto tale domanda, subordinandola però all’approvazione da parte della Camera dei Comuni dell’accordo di recesso entro il 29 marzo 2019. Qualora ciò non fosse avvenuto, il Consiglio stesso ha chiesto al Regno Unito di indicare, entro il 12 aprile 2019, il percorso che intendeva seguire al fine di evitare un drammatico NO DEAL. Non avendo la Camera dei Comuni approvato l’accordo di recesso nei tempi fissati, con lettera del 5 aprile 2019, Theresa May ha deciso di presentare allora un’ulteriore richiesta di proroga, fino al 30 giugno 2019, del termine previsto per la Brexit.

Il Consiglio europeo ha esaminato ieri questa nuova domanda di aiuto giunta da Governo britannico!

Opinione diffusa tra i leader europei era senz’altro quella di garantire un passaggio che fosse il meno traumatico possibile, a tutela dei cittadini, delle famiglie e delle aziende sia europee che britanniche.

Tuttavia, non sono mancate divergenze politiche tra i vari Stati membri. La Francia del Presidente Emmanuel Macron, sostenuta da pochi Stati tra cui l’Austria del cancelliere Sebastian Kurz, proponeva una proroga breve, al 30 giugno 2019. Macron è apparso fortemente preoccupato per il corretto svolgimento delle elezioni europee e per la leale collaborazione di Londra nella fase di convivenza forzata. Le stesse inquietudini sono state espresse del resto anche dal Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, il quale ha affermato che il Parlamento stesso “non è un Grand Hotel, da cui si entra e si esce a proprio piacimento”. È servita la diplomazia, l’esperienza e il peso politico della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, per portare a casa una decisione di compromesso che non scontenta nessuna delle parti in causa ed evita soprattutto il rischio di un’ormai sempre più imminente Brexit disordinata, priva di accordo di recesso.

Nella decisione finale, il Consiglio europeo esprime dunque il suo placet ufficiale per una proroga che non superi il 31 ottobre 2019.

Certo, nelle conclusioni del Consiglio europeo, per venire incontro alle perplessità espresse dal Presidente Emmanuel Macron, tale istituzione sottolinea espressamente che questa proroga non può in alcun modo compromettere il regolare funzionamento dell’Unione e delle sue istituzioni.

Si tratta di un’affermazione di principio non scontata, che appare estremamente importante da un punto di vista politico e porta con sé alcune conseguenze fondamentali che il Regno Unito è “costretto” a subire.

Anzitutto, se entro il 22 maggio 2019 non avrà ratificato l’accordo di recesso, tale Stato dovrà organizzare le elezioni del Parlamento europeo conformemente al diritto dell’Unione. Qualora non ottemperi a tale obbligo, il recesso avrà luogo automaticamente il 1º giugno 2019.

Poi, il Regno Unito, a dispetto della volontà emersa dal referendum, continuerà durante il periodo di proroga a essere uno Stato membro con tutti i diritti e gli obblighi che ne conseguono, ed ha il diritto di revocare la sua notifica in qualsiasi momento.

Infine, durante questa ulteriore fase transitoria, il Regno Unito si impegna a comportarsi in modo costruttivo e responsabile. A tal fine, esso deve facilitare all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e astenersi da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione.

Insomma, tutto è bene quel che sembra poter finire bene… Parrebbe di sì, se non fosse per un dato politico molto significativo ed inquietante che emerge (anche) in questa vicenda di carattere europeo. La completa e totale irrilevanza della posizione italiana sui tavoli continentali.

Non è una sterile polemica, guardate. È la semplice, amara, constatazione della realtà degli eventi. Il giorno precedente il vertice straordinario, Theresa May decide, infatti, di svolgere due incontri autonomi, al fine di preparare la riunione successiva. La Premier britannica vola prima a Parigi e poi a Berlino. È lì che discute, negozia, propone, argomenta le proprie ragioni, cerca un punto di equilibrio, lavora ad un compromesso che poi sarà oggetto di una semplice “ratifica” formale nel Consiglio europeo di ieri sera.

Ma vi è di più. Come se non bastasse, il pomeriggio stesso del vertice, il Premier belga Charles Michel convoca un mini summit in cui sono invitati a partecipare solo Francia, Germania, Spagna, Irlanda, Danimarca, Belgio e Olanda. L’Italia è stata ancora una volta estromessa anche da una riunione che – pur non senza conferme ufficiali – aveva evidentemente l’obiettivo di puntellare una posizione maggioritaria da proporre e difendere nel Consiglio europeo che si sarebbe svolto dopo poche ore. Formalmente, la riunione riguardava solo i Paesi maggiormente colpiti dagli effetti negativi della Brexit. Ma possiamo far finta di credere ad una scusa ufficiale così banale e sbagliata? Nel Regno Unito vivono 700 000 cittadini italiani. Roma ha il terzo surplus commerciale europeo nei confronti di Londra. Un surplus in aumento negli ultimi anni, che rende il Regno Unito il quinto importatore dei beni italiani.

La verità è che la c.d. Halloween-Brexit ha messo in evidenza una volta di più la gestione italiana della politica europea da film dell’orrore. Ancora non è stato approvato un provvedimento legislativo che ponga al riparo i nostri cittadini e le imprese italiane dai drammatici rischi economico-sociali di un’eventuale NO DEAL. Il Premier Conte non viene né consultato da Theresa May, né convocato ai summit informali preliminari organizzati dai maggiori Stati europei. Entra di nascosto al vertice straordinario e, senza assumere alcuna posizione politica preliminare, si limita a seguire la decisione proposta dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Non si è mai visto il nostro Paese così isolato ed inconsistente!

La Brexit è congelata (per ora), ma il nostro Paese è fuori (ormai da tempo) dalla cabina di regia delle grandi e strategiche decisioni europee.

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