La crescita minacciata dai populisti

Focus

Le politiche economiche avviate nel nostro Paese dai Governi Renzi e Gentiloni, tra l’altro senza pregiudicare i conti pubblici anzi stabilizzandoli, sono servite a qualcosa

Gli ultimi dati statistici Istat ed Eurostat confermano che l’economia italiana è uscita dal 2017 ed è entrata nel 2018, appena prima del voto dello scorso 4 marzo, a buona andatura. Anzi, una andatura più che buona considerando i trend del passato del nostro Paese. La produzione industriale, dopo essere aumentata del 3,5% nel 2017 (dati corretti per i giorni lavorativi), è cresciuta secondo l’Istat del 4% a gennaio 2018 rispetto a gennaio 2017.

E secondo le stime di Confindustria la crescita tendenziale della produzione è stata poi del 4,1% a febbraio e del 3,6% a marzo. Sempre a gennaio 2018 il fatturato dell’industria rilevato dall’Istat è aumentato tendenzialmente del 5,3% e la produzione delle costruzioni del 7,6%. Non solo: l’export italiano è cresciuto del 9,5% rispetto a gennaio dello scorso anno, cioè di più delle esportazioni degli altri maggiori Paesi UE, come, ad esempio, Olanda (+9,4%), Germania (+8,8%), Francia (+8,7%), Polonia (+4,4%), Spagna (+3,2%) e Regno Unito (+0,7%).

I critici delle politiche economiche degli ultimi due Governi a guida Pd possono argomentare che l’Italia dopo la lunga crisi 2008-2013 sconta ancora profondi disagi sociali ed occupazionali. Ma non possono certo negare che l’economia e la stessa occupazione si siano riprese in modo significativo. Ciò non significa che ci si debba compiacere dei risultati raggiunti o ignorare l’esistenza di un diffuso malcontento tra la popolazione italiana, specie al Sud. Ma è fondamentale mettere dei punti fermi nell’analisi della situazione economica del Paese, specie in tempi come quelli di oggi dove i dati di fatto vengono stravolti continuamente da ogni sorta di fake news o dalle sceneggiate dei talk show.

D’altronde, nessuno è ancora riuscito a dimostrare che con ricette alternative agli 80 euro, al taglio dell’Irap lavoro, al super-
ammortamento, all’Industria 4.0, al reddito di inclusione, ecc., cioè con le misure avviate in questi ultimi anni, altre ipotetiche compagini governative di diverso orientamento politico avrebbero saputo far di meglio nel rilanciare l’economia. E soprattutto è da capire dove esse avrebbero potuto eventualmente reperire più risorse da destinare al contrasto della povertà senza scassare i conti pubblici. In uno scenario fantascientifico, è del tutto evidente che mettendo a repentaglio l’onorabilità del debito pubblico italiano anche i Governi Renzi e Gentiloni avrebbero potuto introdurre una flat tax al 15% o regalare a milioni di persone il reddito di cittadinanza. Ma questa, appunto, è fantascienza, non economia.

L’economia reale, invece, è quella dei crudi numeri. Che ci dicono che il PIL per abitante dell’Italia negli ultimi anni non era mai aumentato dell’1,6% come è accaduto nel 2017 se non nel lontano 2006. E che nella nostra storia per ritrovare una crescita maggiore di questo indicatore di benessere pro capite bisogna addirittura risalire al +1,7% del 2001. Considerata la peculiare crescita demografica negativa dell’Italia degli ultimi anni e quella positiva della maggior parte delle altre nazioni europee più avanzate, è altresì importante sottolineare che nel 2017 il PIL per abitante italiano è aumentato solo un po’ meno di quello tedesco (+1,8%) e di più di quelli di Danimarca (+1,5%), Francia (+1,4%), Belgio (+1,2%), Regno Unito (+1,1%) e Svezia (+1%).

Ancor più significativo è il dato comparato della crescita dei consumi privati per abitante. Se consideriamo i 10 più grandi Paesi dell’Unione Europea (cioè escludendo Lussemburgo e Irlanda) con i più alti PIL pro capite, è innegabile che l’effetto combinato degli 80 euro, dell’eliminazione della tassa sulla prima casa e della crescita occupazionale e dei redditi spinta dal Jobs Act e dalle decontribuzioni abbia molto giovato all’Italia. Infatti, tra i suddetti dieci Paesi l’Italia è stata prima per crescita dei consumi privati nel 2015, terza nel 2016 e di nuovo prima nel 2017.

Non era mai accaduto che il nostro Paese facesse registrare una simile performance dei consumi per abitante negli ultimi ventuno anni, cioè da quando esistono le serie storiche Eurostat complete per tutte le nazioni analizzate. In particolare, i consumi privati pro capite sono aumentati in Italia dell’1,5% nel 2017, cioè più che in Germania (+1,4%), Olanda (+1,3%), Finlandia (+1,3%), Regno Unito (+1,1%), Svezia (+1%), Danimarca (+0,9%), Francia (+0,7%), Belgio (+0,7%) e Austria (+0,7%).

Evidentemente le politiche economiche avviate nel nostro Paese dai Governi Renzi e Gentiloni, tra l’altro senza pregiudicare i conti pubblici anzi stabilizzandoli, sono servite a qualcosa. E magari un giorno ciò saràloro riconosciuto.

Quanto alle ferite sociali, occupazionali e territoriali ancora aperte, a cui la semplice ripresa aggregata dell’economia italiana non ha potuto dare una completa risposta, considerati anche i vincoli di bilancio esistenti, è ora tutto da vedere se esse troveranno adeguato lenimento nelle fantasiose politiche economiche senza copertura finanziaria promesse dalle realtà politiche uscite vincenti dalle ultime elezioni.

Sarebbe un vero peccato se gli sforzi di riforma e di rilancio dell’economia faticosamente sostenuti dall’Italia in questi anni fossero messi a repentaglio da decisioni azzardate che non solo ci porrebbero fuori dall’Europa ma che non risolverebbero nemmeno i problemi strutturali che sono alla base del disagio dei ceti sociali ancora sofferenti.

 

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