La cultura che resiste ai tagli M5s

Focus

Chissà che la politica non possa guardare ad una esperienza in grado di parlare a un target di persone – dai 18 ai 40 anni – con i quali i partiti non riescono più a comunicare in via indiretta

“Torino è una città che invita al rigore, alla linearità. Allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la via alla follia”, scrive Italo Calvino. Ed è una follia positiva quella che aleggia sul capoluogo piemontese ogni anno, durante la prima settimana di novembre. Contapassi alla mano, Sneakers ai piedi, si parte per la maratona torinese tra arte, musica, libri, brunch delle gallerie, che si è conclusa domenica. Decine e decine di chilometri macinati con passo svelto tra la fascinazione delle architetture industriali e la meraviglia dei tanti palazzi storici dischiusi per l’occasione; su e giù dalla metro – da Lingotto alle OGR – dalle OGR al centro – dal centro verso Lingotto; senza contare le numerose corse in taxi per riuscire a visitare in tempo utile quanto più possibile.

Se le fiere più giovani – Paratissima, Flashback, Dama, – aprono il vorticoso weekend dell’arte; se The Others rimarca il ruolo di punto d’incontro tra mercato e ricerca; la capofila delle fiere italiane resta Artissima, che fa da traino per presenze (52 mila visitatori, 206 gallerie, oltre il 60% straniere) e vendite. Quest’anno banco di prova per la neo direttrice: Ilaria Bonacossa, che gioca tra continuità e innovazione. Tra le ottime intuizioni dell’edizione 2017 si devono menzionare la sezione disegni, affidata a Luís Silva e João Mourão, co-curatori della Kunsthalle di Lisbona; e il progetto Piper, pensato e coordinato da Paola Nicolin: una serie di riflessioni sull’arte, le sue dinamiche e i suoi spazi, a partire dal noto Club aperto dal 1966 al 1969, progettato da Pietro Derossi con Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso.

Nel turbinio delle rassegne torinesi si inserisce ancora una novità rappresentata da FLAT, una piccola ma ben fatta fiera internazionale dedita all’editoria dell’arte: un vero e proprio campo fertile per cultori e collezionisti della carta stampata di riferimento. Un evento rafforzato dall’apporto di due interessanti mostre, entrambe curate da Elena Volpato: la prima improntata sulla produzione di libri come opere d’arte, considerati come dimensione intima del pensiero; la seconda dedicata al segno tracciato da Ettore Sottsass sulle pagine di alcune riviste nel corso della sua carriera.

Nella miriade di eventi off connessi alle fiere, le vere protagoniste di queste giornate sono le OGR, Officine Grandi Riparazioni, con la mostra dal titolo evocativo: Come una falena alla fiamma, Like a Moth to a Flame, che merita una visita sia per l’impaginazione dell’esposizione, sia per il concept curatoriale, firmato da Tom Eccles, direttore del Center for Curatorial Studies del Bard College di New York, Mark Rappolt, redattore capo della rivista inglese “Art Review”, e l’artista britannico Liam Gillick. Ne emerge un ritratto di Torino attraverso gli oggetti che la città stessa e i suoi abitanti hanno collezionato, tra passato e attualità, in un dialogo aperto con altre istituzioni locali.

Le OGR sono state anche il palcoscenico naturale di 8 giorni di performance live delle teste di serie per antonomasia dell’elettronica: i Kraftwerk, evento culto del weekend. Ogni sera, per bene due volte, per otto sere consecutive, il gruppo capitanato da Ralf Hütter ha condotto il pubblico in un viaggio nel tempo e nel loro percorso artistico.

Se c’è una Torino dell’arte, quella del giorno, i Kraftwerk hanno introdotto la Torino della musica, quella della notte. Infatti il primo weekend di novembre della capitale piemontese, ormai da ben diciassette anni, coincide con uno dei festival di elettronica più imponenti d’Italia, forse l’unico in grado di competere con il panorama internazionale: Club to Club. Un’edizione che, già dal sottotitolo scelto, si propone di riflettere sull’isolamento dell’individuo pur presente in una dimensione massificata. Cheek to Cheek, questo il tema di sottofondo, rivendica il ruolo della musica come esperienza condivisa e, soprattutto, reale; fatta di corpi che si muovono insieme, uniti dal medesimo ritmo: un invito a recuperare la dimensione sociale e gioviale del ballo.

Guardando alla line up del Festival, emergono i nomi consacrati della minimal techno, come Richie Hawtin, che ha messo in piedi un’ora e quindici minuti di show potente, virando su sonorità più ricercate del solito hunz-tunz; la stella dell’elettronica Nicolas Jaar, con un live meno convincente del solito, ma che ha recuperato tutta la sua determinazione nel dj set che l’ha visto protagonista il sabato notte. Alle certezze gli organizzatori alternano alcuni dei progetti musicali più attuali ed avanguardisti di questi ultimi anni, come Ben Frost; scommettendo anche su proposte un tantino spiazzanti per i frequentatori abituali del Club to Club, come Liberato che, ad ogni modo, si è ritrovato perfettamente nel suo ruolo. Tra gli altri si segnalano Lorenzo Senni e i “vampiri” Ninos du Brasil, quest’ultimi fautori di un mix multiforme ed efficacissimo di suoni: una babele di ritmi techno, batucada, samba, accompagnata dalle loro movenze febbrili ed energetiche.

Lasciando da parte le inutili polemiche lette sulle code per prendere da bere; auspicando invece che si prendano in considerazione le questioni che concernono la sicurezza dei luoghi pubblici e di aggregazione, che prima o poi dovranno essere affrontate a carattere più generale e su scala nazionale (meglio prima che poi); Club to Club si conferma ancora una volta un festival maturo e contemporaneamente in crescita. Una grande macchina artistica capace di conciliare sapientemente le spinte innovatrici con l’autorevolezza dei nomi della musica, per offrire uno spaccato della contemporaneità, senza dimenticare il prima e pensando al dopo.

Chissà che la politica non possa guardare ad una esperienza, apparentemente distante, come Club to Club, alla sua forza attrattiva e transgenerazionale, in grado di parlare proprio al target di persone – dai 18 ai 40 anni – con i quali i partiti non riescono più a comunicare in via indiretta. In fondo un evento di successo, in grado di perdurare nel tempo, non si costruisce attraverso i contenuti? Non si rafforza mostrando un’identità chiara e comprensibile ai più? Non si costruisce sull’attualità ma si fa forte anche del sul passato? In fondo, quando si pensa ad un progetto, non si riflette anche su quale investimento per il futuro?

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli