Se la flat tax viene discussa al Viminale

Focus

Il brutto pasticcio dell’incontro con le parti sociali: Salvini le convoca per parlare della Legge di Bilancio. L’ira di Conte e Di Maio

C’è una forte e irrituale ambiguità in quello che è accaduto oggi al Viminale. Salvini ha convocato un incontro con le parti sociali nel quale si è parlato della manovra finanziaria del governo, un provvedimento che dovrebbe essere pensato e scritto in tutt’altro luogo. E soprattutto, per parlare di flat tax, all’incontro ha partecipato il responsabile economico della Lega Armando Siri, in qualità di politico visto che non ha più alcun incarico nell’Esecutivo gialloverde.

Purtroppo nella gran confusione del governo accade anche questo. Nelle stanze del Viminale invece di parlare di sicurezza si anticipano alle parti sociali dettagli importanti sulla prossima Legge di Bilancio, senza condividere la scelta con la maggioranza politica che forma il governo, e soprattutto tenendo all’oscuro il presidente del Consiglio.

E i sindacati avrebbero forse potuto evitare di prestarsi a un gioco così squisitamente politico. Perché di questo si tratta, di un gioco tutto politico che non ha certo contorni istituzionali. L’intento di Salvini è stato chiaro: comunicare ai quattro venti che sarà lui a dettare la linea della manovra finanziaria. Oggi ha vestito i panni da politico leghista (quando mai li ha tolti entrando al Viminale?) e ha lanciato il messaggio: se non verranno abbassate le tasse, la colpa sarà di Conte e dei Cinque Stelle.
Ma la pagliacciata di oggi (così l’ha definita il segretario Dem Nicola Zingaretti) lascerà sicuramente una grave frattura all’interno della maggioranza e non farà altro che aumentare la distanza (già fredda) tra il leader leghista e il premier Conte. Al punto che le reazioni non sono tardate ad arrivare.

Da una parte Conte ha punzecchiato il suo vice parlando di “scorrettezza istituzionale” e ricordando le proprie prerogative: “La manovra viene fatta qui con il ministro dell’Economia e tutti i ministri interessati. Non si fa altrove, non si fa oggi, e i tempi li decide il presidente del Consiglio e non altri”.
Dall’altra le parole di Di Maio, che invece di attaccare frontalmente il leader leghista, si è scagliato soprattutto contro le parti sociali, ree di aver presenziato a quell’incontro: “Se i sindacati vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo, invece che con il governo stesso – ha minacciato il capo grillino – lo prendiamo come un dato. E ci comportiamo di conseguenza”. Poi la stoccata anche a Salvini: “Per quanto mi riguarda, basta recite, pensiamo a governare!”.
Ma come si può arrivare a minacciare i sindacati solo perché presenti all’incontro (probabilmente nemmeno sapevano ci fosse Siri)? Che significato ha la minaccia: “ci comporteremo di conseguenza”? Vorrà dire che da oggi in poi il ministero del Lavoro non dialogherà più con le parti sociali?

La verità è che l’intero governo sembra aver perso completamente la bussola. Stiamo assistendo a continue distrazioni che nascondono tutto ciò che non va, a partire dall’affaire fondi alla Lega. Con un pessimo risultato: il calpestare in maniera indegna e indecorosa le istituzioni del nostro Paese.

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