La fobia come marketing. Un catalogo delle paure

Focus

“Fobie” in realtà non vuole spiegare nulla, solo “illustrare”

Figlio dei tempi e fonte di tante perplessità stilistiche e concettuali, questo Fobie di Gianluca Bavagnoli e Andrea Q (Baldini&Castoldi, pagg. 157, euro 18) affronta un tema delicatissimo e doloroso con una pseudo-arte della facezia e del trastullo del tutto incongrua rispetto agli abissi in cui può sprofondare chi, all’improvviso, comincia a vedere in un uovo piuttosto che nel numero 8, nelle immagini sacre piuttosto che nei polli, nei corpi celesti piuttosto che nei gatti, nei cucchiai o nei tuoni una irrazionalissima causa di disturbo, se non di angoscia. Ma tant’è.

Perdete ogni speranza o voi che entrate fra le pagine di questo testo per sfogliarlo (leggerlo come fonte di apprendimento è ben altra cosa, sinceramente): non troverete nulla di medico, di neurologico, nessuna analisi delle origini nella nostra testa di queste paure così infondate e coartanti, nessun approccio clinico, fisiologico o olistico.

Gli autori candidamente ammettono nell’introduzione che hanno deciso questo argomento “senza avere alcuna nozione scientifica, psichiatrica o psicologica” e di essere partiti “forse un po’ per caso da quella parola”; nelle note biografiche Andrea Q risulta laureato in Pittura e il collega in Lettere; danno del lemma fobia una definizione spiccia che pure Wikipedia a paragone è più argomentato e complesso; e concludono tre paginette tre di prefazione con il loro intento: “sorridere insieme a chi già ne sorride” e insegnare a farlo a chi vive queste proprie repulsioni come uno scoglio insormontabile.

Ora, a dire il vero, tutto questo sembra abbastanza irreale seppur incistato in quello che, sin dalla copertina appare e vuole essere null’altro che un “grande libro illustrato”, ma la domanda sorge spontanea: davvero si può fare di tutto vignettismo e divertissement?

Davvero si può sterilizzare l’immane ossessione, l’indomabile stress che albergano in un fobico di fronte a oggetti e situazioni del tutto normali con un abbecedario giocherellone e bambinesco che ironizza impietosamente sull’inverosimiglianza di chi si sente aggredito o minacciato o mentalmente assassinato da onde o cose piccole, batteri o luoghi alti, dall’addormentarsi o dalle scale, dagli uccelli, dalla calvizie, dalle cose asimmetriche, dalle verdure o dall’assenza di cellulare in tasca? Peggio ancora, dalla paura di tutto (panfobia) o dalla paura di aver paura (fobofobia) che, immagino, debbano essere dei tritacarne cerebrali e comportamentali mica da ridere?

Per carità, alcune soluzioni grafiche e visive possono essere pure carine. Di fronte alla diplofobia (paura delle cose doppie), gli autori scrivono la descrizione due volte consecutive; di fronte alla kenofobia (paura del vuoto), gli autori lasciano due pagine bianche che si specchiano; di fronte alla megalofobia (paura delle cose grandi), gli autori usano parole gigantesche come mattoni; di fronte alla monofobia (paura della solitudine), gli autori mettono un solo omino spaesato su un fondale marroncino.

Ma resta il fatto che parliamo di crisi di rigetto e di disgusto di strumenti di uso quotidiano o di modalità relazionali del tutto tranquille e non insidiose che rovinano, invece, l’esistenza di tante persone sfortunate o costrette a eroiche terapie di sostegno per capirne il perché. E già questo basterebbe a non profanare proprio questa dimensione imponderabile dell’umano, fatta di mille ombre e mille tormenti, e a lasciarla ai veri esperti, agli studiosi del settore, a chi può davvero essere di ausilio a chi soccombe improvvisamente a questa sottile disperazione.

Ma forse il vero senso dell’operazione editoriale si svela alla fine, ed è per questo che si diceva all’inizio “figlio dei tempi”. A sormontare l’elenco riassuntivo di tutte le fobie trattate nel catalogo, c’è la frase: “indice delle paure che abbiamo o potremmo avere”. Il regime delle paure oggi fa tanta audience, nei format tv come in quella assillante farmacopea che ci dice giorno per giorno, ora per ora, cosa ci potrebbe capitare, dal clima alle guerre, dall’habitat tossico ai virus più strani e ritornanti, dal cibo al sesso, alla prossimità coi vicini. E, dunque, tutto può piombarci addosso, ma sempre fuori da un orizzonte simbolico e comunitario. Come un meteorite che sta abbattendosi sulle nostre teste e che dobbiamo evitare a tutti i costi.

Il male, depauperato e despossato dalle zone oscure dell’essere, da valenze trascendenti e sgomenti metafisici, viene convogliato e riunificato nei protocolli di tipo burocratico, sanzionatorio e psicochimico, e in un regime controllato di pericoli e ansie ad altissima definizione e selezione mediatica, in una caccia aperta all’insicurezza in nome della prevenzione e della riparazione, del precursore migliore, del battistrada più sicuro, del paracadute che si apre prima. In un cosmo diventato cosmesi globale, l’importante è acquistare la pastiglia giusta, la tisana giusta, consultare il bugiardino giusto per conquistare la soglia di felicità e non-esposizione che continuerà a farci sentire dei quasi-immortali che non siamo e non saremo mai. O, perché no, il fumetto giusto per esorcizzare questo o quello, col sorriso appunto, e col cuore, come dice una certa conduttrice famosa…

Ai due autori non-esperti di fobie un suggerimento per allungare il loro appetitoso tabellario di tremende defaillance. Aggiungerei la simplexfobia, la paura delle cose e delle spiegazioni troppo semplici. E la nomenfobia, la paura di dare a tutti i costi un nome a tutto. Io ne sono affetto. E senza speranza di guarigione.

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