La forza della democrazia in un’America divisa a metà

Focus

Trump esulta, ma il consenso per i democratici cresce in tutti gli Stati Uniti. Parte la corsa per le presidenziali del 2020

Diciamolo subito, a scanso di equivoci. Trump non ha vinto le elezioni di midterm, nonostante le sue celebrazioni su Twitter. Nell’unica, vera consultazione nazionale, quella per il rinnovo dei 435 seggi della Camera dei deputati, la vittoria dei democratici è stata netta e inequivocabile. Al tempo stesso, però, il presidente non è stato spazzato via. I sondaggi della vigilia, checché ne dica il sempre arguto Luigi Di Maio, sono stati confermati in pieno. Tutti (ma proprio tutti, non si capisce quali abbia consultato la “lince di Pomigliano”) prevedevano un Congresso spaccato a metà, con i dem che riprendevano, dopo quattro anni, il controllo della Camera e i conservatori, avvantaggiati anche dal fatto che 26 dei 35 stati in cui si votava erano “blu”, che mantenevano la maggioranza in Senato. E così è stato.

Poche sorprese, dunque. Ma tante conferme. La prima conferma è che la democrazia americana funziona. Nonostante Trump si senta una sorta di Dio sceso in Terra (i suoi riferimenti culturali sono i despoti sparsi in giro per il mondo, non l’ha mai nascosto), deve fare i conti con le regole democratiche. E quindi, a differenza di Putin o di Kim Jong-un, dovrà tenere conto del fatto che il Parlamento non sarà un orpello a sua disposizione. Anzi, sarà l’argine principale a quello che lui considera il suo strapotere. Certo, il rischio, ora, è la paralisi, dato che negli Stati Uniti vige un bicamerlismo (quasi) perfetto e le leggi per essere approvate dovranno passare sia dalla Camera democratica che dal Senato repubblicano. Il che significa che i due partiti dovranno scendere a compromessi, fumo negli occhi per Trump.

L’altra conferma è che i democratici si sono risvegliati dopo lo shock del 2016. Un risveglio che parte dal basso, che si muove come un magma nella società americana. Non c’è ancora una leadership che prenda in mano le redini del partito in vista dell’appuntamento del 2020, ma ci sono belle realtà sparse in tutta la società americana che hanno cementato consenso e speranza. Certo, i problemi non mancano. Le due anime che compongono il partito, quella radicale che si sta espandendo sulle due coste, da New York a San Francisco, e quella più moderata e conservatrice, che contende i voti ai repubblicani nell’America profonda, arriveranno ad un confronto che ci auguriamo possa essere proficuo. Ma per la seconda volta in due anni, i dem prevalgono nel voto popolare (anche al Senato, più 10 milioni). Ora sarà necessario, in tempi relativamente brevi, coagulare questo consenso verso una leadership. Bernie Sanders, rieletto a furor di popolo senatore nel Vermont, Elizabeth Warren, plenipotenziaria in Massachussets, Andrew Cuomo, rieletto per la terza volta governatore nello Stato di New York, Tim Kaine, vice designato di Hillary Clinton nel 2016 ed eletto in Virginia, Alexandria Ocasio-Cortez, 29enne eletta nel Bronx, Beto O’Rourke, l’Obama bianco che ha sfiorato l’impresa in Texas: tra questa rosa di nomi, a meno di possibili outsider, verrà fuori lo sfidante di Trump nel 2020.

Sempre a proposito di conferme, occorre prendere atto che il partito repubblicano è ormai “trumpizzato”, molto più di quanto non fosse due anni fa. La linea “presidenziale” (se così si può chiamare) ha ormai pervaso tutti, da est a ovest, anche i più restii. E così, almeno a livello di consenso, sembra aver pagato la scelta di The Donald di scegliere una comunicazione negativa (sull’immigrazione, strumentalizzando la carovana umana in marcia dall’Honduras) invece che una positiva (sull’economia che va a gonfie vele), sposata dai candidati “rossi” (eh sì, funziona al contrario, i rossi sono a destra negli Usa) per drammatizzare lo scontro. L’idea di un referendum su Trump è stata alimentata dallo stesso Trump, il presidente più divisivo di sempre, per fidelizzare gli elettori conservatori e radicalizzare la spaccatura tra le due Americhe.

Ed eccola l’ultima conferma: gli Stati Uniti sono profondamente divisi. Due popoli che hanno visioni diverse, idee diverse, priorità diverse. Un popolo legato all’idea di un’America liberale, multiculturale, aperta al mondo e all’innovazione, impegnato nella difesa dei diritti umani e sociali, l’America dei progressisti, delle donne e delle minoranze. E poi un altro popolo, chiuso, impaurito, che chiede sicurezza, che non crede all’immigrazione come ad una risorsa. Il primo popolo è contro Trump, il secondo è con Trump. Questa divisione ora ha anche una plastica rappresentazione istituzionale. E’ la forza della democrazia, bellezza.

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