La grande bufala della vittoria grillina

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Certo, non si può dire che il Movimento in Sicilia non abbia preso voti. Ma il calo è evidente: circa 6 punti in termini percentuali e oltre 300mila voti in termini assoluti

“Sono orgoglioso di noi, oggi niente Maalox”. Beppe Grillo aspetta due giorni dalla chiusura dei seggi in Sicilia per parlare di una “vittoria morale del Movimento 5 Stelle”. Già perché le elezioni nell’isola, quelle che avrebbero dovute essere il momento di slancio simbolico per i pentastellati verso la conquista di Palazzo Chigi, quelle che alcuni mesi fa i sondaggi assegnavano senza alcun dubbio a Giancarlo Cancelleri, sono in realtà state vinte da Nello Musumeci e dal centrodestra.

Le accuse di brogli e l’immediata fuga di Luigi Di Maio dal confronto televisivo con Matteo Renzi, fanno capire che le parole di Grillo servono, come spesso succede, a mettere una toppa ad uno stato d’animo tutt’altro che entusiasta.

Certo, non si può dire che il Movimento in Sicilia non abbia preso voti. Però, se andiamo a vedere i numeri, ci dicono che rispetto alle politiche del 2013 il calo è stato di circa 6 punti in termini percentuali e di oltre 300mila voti in termini assoluti. I numeri di oggi sono in linea con le europee di tre anni fa, quelle in cui, a livello nazionale, i grillini superarono a malapena il 21%.

Quello siciliano, quindi, è un voto che conferma l’impressione di un consenso congelato, che sull’isola non cala – anche a causa dei certo non brillanti cinque anni di governo Crocetta – ma neppure cresce. Per chi, come Di Maio, aveva detto “prima la Sicilia poi l’Italia”, questo passaggio non può che essere un momento di grande delusione. E’ una grande occasione perduta, che fa crescere la domanda sulla reale “utilità” di votare Movimento 5 Stelle. Tanto da indurre – pare – lo stesso Di Maio a domandarsi se “dire solo di no” non sia un po’ pochino per convincere la maggioranza degli italiani.

Chi non è stato convinto dalle politiche messe in campo dai Cinque Stelle sono i cittadini romani, quelli del litorale in particolare. Qui, alle amministrative dello scorso anno, i grillini viaggiavano intorno al 45%. Dopo un anno e mezzo di Virginia Raggi, il consenso è calato di 15 punti percentuali. E il segnale che arriva da Ostia conferma l’insofferenza dei romani per una amministrazione che, finora, non ha fatto nulla di quanto promesso, neppure un segnale di miglioramento (anzi) delle tante criticità che avversano la Capitale.

Una situazione apparentemente diversa era quella di Torino, dove Chiara Appendino aveva ereditato una città in salute e in crescita grazie agli anni di buona amministrazione del centrosinistra. E lei, la giovane bocconiana figlia della borghesia torinese, sembrava in grado di gestire al meglio la transizione, tanto da risultare la sindaca più amata dopo pochi mesi dal suo insediamento.

Un quadro ribaltato solo pochi mesi dopo. Le falle nel bilancio 2016, i tragici fatti di piazza San Carlo, l’incapacità di tenere a bada una maggioranza che sfila tra gli antagonisti mentre la città ospita il G7, il portavoce costretto alle dimissioni per aver provato a far togliere una multa ad un amico, l’azienda di trasporti locali quasi al collasso. E, dulcis in fundo, l’avviso di garanzia per la sindaca, per omicidio e disastro colposo. Insomma, sembrava impossibile fino a qualche mese fa, ma quello di Torino, oggi, è un municipio paralizzato dalle inchieste e dalla cattiva amministrazione.

Tutti questi fattori, messi insieme, consegnano un quadro tutt’altro che rassicurante per il Movimento 5 Stelle. Forse Grillo, anche se dice di no, il Maalox l’ha preso davvero.

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