Vino di qualità per salvare il Sannio: ecco la sfida de ‘La Guardiense’

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Servirebbero un programma ed un metodo condiviso – un brand Sannio- che ci garantisca in Italia ed all’estero in termini di competitività non solo commerciale, ma anche turistica

Una produzione media di circa duecento mila quintali di uve l’anno, circa cinque milioni di bottiglie, quattro linee di prodotto, due vitigni, uno dei maggiori impianti di spumantizzazione del Sud e un fatturato che oscilla tra i diciotto ed i ventidue milioni di euro.

Sono i numeri de La Guardiense la Cooperativa sannita, nata nel ’60 grazie a trentatré soci, oggi circa mille, che coltivano a conduzione diretta più di 1.500 ettari di vigneto, situati in collina a un’altitudine di circa 350 metri sul livello del mare.

Una realtà che è riuscita a resistere alla crisi degli anni Novanta e dei primi del Duemila (quando con la globalizzazione il prezzo di uve e vini è calato) e oggi può lanciare una sfida alle istituzioni e al mondo imprenditoriale locale, perché ha puntato sull’innovazione.

A dirlo è Domizio Pigna (Guardia Sanframondi – Benevento, ’56), presidente della Cooperativa dall’estate del ’97, che specifica: “Sotto la guida di un enologo come Riccardo Cotarella (che di recente ha ricevuto un prestigioso riconoscimento  – la laurea ad honorem dall’Università del Sannio) abbiamo fatto notevoli investimenti soprattutto in tecnologie e tecniche dei processi produttivi, sia in campo che in cantina. Mi riferisco alla formazione dei nostri viticoltori, che hanno imparato nuove tecniche di gestione dei vigneti, come l’utilizzo della viticoltura di precisione (che si avvale dell’uso di satelliti per mappare e monitorare i vigneti). Abbiamo anche dotato l’azienda di una cantina nella cantina – un’area specializzata nella produzione di vini di qualità, acquistato contenitori termocondizionati di piccole dimensioni, oltre a due prese soffici inerti, che ci consentono di lavorare la premitura delle uve ed i mosti in assenza di ossigeno con l’ausilio dell’azoto in modo da evitare le ossidazioni. Con quali risorse? Finanziamenti europei, nazionali e regionali ci hanno permesso la ristrutturazione e la riconversione delle varietà dei vigneti. Vitigni produttivi, ma di mediocre qualità, sono stati sostituiti con altri autoctoni coltivati a spalliera anziché a tendone. In questo modo abbiamo migliorato la qualità delle uve prodotte e quindi dei vini, soprattutto negli ultimi venti anni. Anche le tecnologie della cantina hanno beneficiato di notevoli cambiamenti con investimenti da parte dei nostri soci e altri contributi dell’Unione europea”.

E se agli inizi della sua attività la Cooperativa puntava a vendere vino sfuso in cisterne, dagli inizi del Duemila ha iniziato a vendere vini  imbottigliati di qualità.

La lungimiranza dei soci è stata premiata. Oggi la Cooperativa è fortemente competitiva sui mercati nazionali ed internazionali. I vini sfusi sono commercializzati soprattutto in Italia. Quelli imbottigliati per il 75% in Italia, il 25% all’estero, soprattutto in Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Canada e Giappone. “Da qualche anno – aggiunge il presidente – abbiamo avviato rapporti commerciali con Cina e Russia”.

I canali di vendita sono per il 50% hotel, ristoranti, caffè e per la restante metà grande distribuzione organizzata e distribuzione organizzata. “Pensiamo di crescere ulteriormente – annuncia Pigna- sui mercati in cui siamo presenti e incrementare le vendite soprattutto in Oriente ed in Nord America. In futuro è prevedibile che l’azienda continui ad essere attrattiva per nuovi soci. E questo grazie anche all’impianto di spumantizzazione. Importante poi è la collaborazione, avviata alcuni anni fa, con il mondo accademico. Abbiamo acquistato un’azienda che ci permetterà di fare ulteriore ricerca agronomica ed enologica. Come vede, siamo coraggiosi e tosti, nonostante operiamo in un territorio in cui mancano collegamenti importanti e le istituzioni non capiscono quanto importante sarebbe avere infrastrutture adeguate per abbattere i costi di trasporto delle merci. Ci auguriamo che la politica cominci ad interrogarsi su come creare condizioni favorevoli per le tante aziende presenti sul territorio e indichi la strada perché si faccia rete. Servirebbero un programma ed un metodo condiviso – un brand Sannio- che ci garantisca in Italia ed all’estero in termini di competitività non solo commerciale, ma anche turistica. Credo, infatti, che l’enoturismo sia una grande opportunità per la riscoperta dei nostri territori. Se si può restare al Sud e ottenere ottimi risultati? Certo, a condizione che ci siano: una collaborazione pubblico-privato molto stretta, investimenti strutturati, mirati e proporzionati alle esigenze di crescita del territorio. La sfida non deve riguardare solo le imprese, ma tutto il territorio. Il mio sogno? Ne ho molti, ma vorrei tanto contribuire alla valorizzazione e alla crescita del Sannio. Così tanti giovani, bravi e capaci, potrebbero lavorare dove sono nati e il nostro patrimonio agricolo, storico e culturale verrebbe salvaguardato. E questo perché il grande rischio che corriamo è lo spopolamento”.

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