La guerra basca è finita davvero. L’Eta consegna i propri arsenali

Focus

Sei anni dopo l’annuncio della fine delle ostilità, l’organizzazione terroristica affida alle autorità francesi l’elenco dei nascondigli dove erano conservate le armi

L’ultimo conflitto armato d’Europa sembra giunto al suo capitolo finale. Ieri a Bayonne, nel sud della Francia, Ram Manikkalingam, il coordinatore della Commissione internazionale di verifica, ha confermato la consegna alle autorità di Parigi della geolocalizzazione di 12 covi contenenti armi e esplosivi sparsi nel territorio della Francia meridionale.

Arsenali dei quali l’Eta «aveva il controllo», frase che evoca la possibilità che ce ne siano altri non nel potere dei vertici dell’organizzazione terroris ta. La fine di una lunga storia di sangue arriva però in un clima surreale. Grande assente è lo stato spagnolo. Madrid ostenta disinteresse e scetticismo, definendo, anzi, come uno «show» la restituzione.

Le armi tacciono dal 2010, data del cessate il fuoco unilaterale che divenne nel 2011 la cessazione definitiva della lotta armata. La mancanza di una pressione «militare» contribuisce a togliere drammaticità al momento. La collaborazione tra le autorità francesi e spagnole aveva disarticolato e indebolito l’Eta ma sono stati il rifiuto crescente della violenza da parte della società basca e l’insostenibilità dellapraticaterrorista dopo l’11 marzo 2004, data delle stragi di Madrid per mano di Al Qaeda, che avevano isolato la banda. L’Eta ha attraversato 60 anni di storia spagnola.

È stata fondata nel 1958, per mano di un gruppo di cattolici appartenenti alla formazione giovanile “Partido nacionalista vasco”(Pnv) che erano stati espulsi. Il nodo era quello della «azione diretta» contro quello che veniva considerato l’invasore spagnolo. L’esempio, quello della lotta per l’indipendenza dell’Algeria; lo sfondo ideale, un socialismo rivoluzionario, via via messo nell’angolo dal nazionalismo. Nel giugno 1968 il primo omicidio, la guardia civile José Ángel Pardines Arcay. Da allora oltre 800 morti sono seguiti.

La questione basca è un capitolo della più ampia questione territoriale spagnola. La Carta del 1978 rispose alle istanze di autogoverno, duramente represse nei quarant’anni di dittatura franchista, con la España plural: riconoscendo le nazionalità storiche, stabilendo il sistema di regioni autonome e concedendo lo statuto speciale a País Vasco e Navarra. L’Eta scelse di proseguire la lotta armata. In diversi confronti interni, il mito rivoluzionario venne affiancato e soppiantato da quello di “Euskal Herria”, la grande nazione basca comprendente anche la Navarra e i territori baschi francesi –seguendo il disegno del fondatore del nazionalismo basco, Sabino Arana, intellettuale antiliberale, razzista, cattolico integralista e antimoderno. Dall’internazionalismo si è passati al socialismo in un solo paese, per arenarsi nel «socialismo in una sola comarca».

La democrazia ha tentato diverse volte una soluzione negoziata. Le Conversazioni di Algeri, del secondo governo González nell’89, gli Incontri di Ginevra, del primo esecutivo Aznar nel ’98, il Processo di pace iniziato da Zapatero nel 2006, con incontri in Svezia e Norvegia, sono i tentativi falliti. Dove non è arrivata la politica sono giunte la società e il sistema di relazioni internazionali. Dopo l’11 settembre e l’11 marzo, il terrorismo non era più uno strumento ammissibile di lotta politica. La fine del conflitto nord-irlandese, malgrado le diversità il principale riferimento dell’indipendentismo basco, ha costituito il precedente fondamentale.

Ma fu il rapimento e l’omicidio di Miguel Ángel Blanco nel 1997, un giovane consigliere comunale popolare di un piccolo paese basco, il punto di non ritorno. La reazione popolare fu fortissima ma la strada era ancora lunga. Alla diminuzione degli attentati è corrisposto l’incremento degli scontri di strada, l’intimidazione e la persecuzione degli avversari o, semplicemente, dei fautori della lotta politica. Ma, anche fra gli indipendentisti, la scelta per l’opzione democratica è stata inarginabile dai vertici dell’Eta.

Questo processo che sembra giungere a conclusione è iniziato due anni fa senza l’appoggio del governo di Mariano Rajoy che non si è voluto coinvolgere pubblicamente. Oltre al disarmo restano i nodi del dopo. Il lavoro con le vittime del terrorismo. Le misure di politica carceraria, col riavvicinamento al Paese basco di circa 400 terroristi sparsi nelle carceri spagnole, e il reinserimento di terroristi esuli o incarcerati per fatti non di sangue. Questo fronte è stato oggetto di discreti incontri tra il Pnv e il Partido popular, complice la collaborazione per l’approvazione del bilancio basco per la quale il Pp, all’opposizione, ha offerto il suo appoggio. Il Pnv ha voluto far conoscere il suo ruolo nelle trattative, mentre la posizione del governo resta quella di «nessuna trattativa, nessuna concessione». Ed è vero, perché è stato il rifiuto della società a farla finita col terrorismo dell’Eta. Adesso starebbe alla politica dare risposte a quell’ambito nel quale il terrorismo è nato e ha prosperato: la risoluzione del carattere plurinazionale dello stato spagnolo. È questa la principale faccia della crisi della democrazia iberica. Una crisi alla quale, però, i partiti storici non sembrano, per ora, in grado di dare risposte.

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