“La musica senza vita vera non vale nulla”, parla Antoni O’ Breskey

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La passione per la musica e, in genere, per l’arte, è nel codice genetico di tutta la sua famiglia. Intervista ad Antonio Breschi: “Io un tipo tosto? Più uno che cerca di resistere in un mondo, quello musicale, in cui per arrivare al successo devi essere furbo e duro”

I suoi genitori non hanno mai creduto in lui. Eppure, se esiste la World Music, è merito suo.  Non ha mai smesso di suonare da quando aveva tre anni e, senza cedere al “professionismo delle note, che – dice – uccide la musica – ha portato avanti una visione politica della musica stessa, che ha raccolto in un progetto, dal titolo: Nomadic piano.

Tutto questo è Antonio Breschi, classe ’50, fiorentino. Il tipo tosto è lui, e ha scelto come nome d’arte quello di Antoni O’ Breskey

“La O’ – afferma l’artista – è un omaggio alla mia amata cultura irlandese, ma anche un modo per dire che sono figlio di mio padre, ma non sono lui. Mio padre Giorgio mi ha sempre ostacolato e non è mai stato d’accordo sul fatto che diventassi un musicista professionista. Però, è stato lui a darmi le basi più importanti della musica, lui che con Romano Mussolini, è stato uno dei primi pianisti jazz in Italia quando suonare il jazz voleva dire avere una sensibilità particolare. All’epoca si poteva ascoltarlo alla radio e di nascosto, perché proprio il padre di Romano lo aveva proibito. Oggi chiunque può studiarlo, ma non è più quello di una volta. E spesso risponde solo ad esigenze commerciali. E’ lontano da quello che a New Orleans chiamavano tradition, come scrivo nel mio libro – “I geni di Alabama”, risultato di anni di ricerche, che mi hanno convinto di un fatto. E, cioè, che il jazz è nato dall’incontro degli schiavi irlandesi – deportati addirittura prima dei neri da Cromwell – e quelli africani. Il jazz è quasi più irlandese che africano, soprattutto nella danza. E in Irlanda quella musica si chiama ancora tradition”.

La passione per la musica e, in genere, per l’arte, è nel codice genetico di tutta la sua famiglia. Da suo nonno, Antonio ha ereditato l’amore per la poesia e la fotografia. Lo zio, Lanfranco Magni, che ha suonato in jam session con Louis Armstrong, gli ha regalato il senso del ritmo. Sua madre,Lidia, gli ha trasmesso la passione per l’antica danza irlandese, la sean nos, dai ritmi travolgenti.

“Lei pensava fosse jazz – spiega O’ Breskey – l’aveva aveva imparata dai soldati americani di colore nel dopo guerra, ed era bravissima a ballarla ”.

Ad insegnarli la musica classica, invece, sono stati i maestri Di Gesualdo e Pachetti. Quest’ultimo gli dette lezioni gratis a casa dopo che il Conservatorio Cherubini di Firenze lo aveva cacciato perché suonava il jazz. Il primo, invece, gli fece superare l’esame di armonia.

“Come le tre volte in cui ero stato bocciato – ci racconta Antonio – anche quel giorno sbagliai tutto, ma sentendomi improvvisare, il prof disse: La scuola boccia i migliori, beh, io questa volta non lo boccio. Ma ho avuto tanti padri spirituali e maestri. I più grandi sono stati per me i gitani, che ho incontrato nel mondo flamenco e gli Irlandesi. È per questo che sono stato definito abbattitore delle barriere. Ho voluto ribaltare il concetto di egemonia e superiorità della musica colta occidentale. Infatti esistono innumerevoli musicisti tradizionali Irlandesi e Gitani che suonano nelle orchestre sinfoniche del mondo – lo stesso Toscanini  rapí quello che diventò il suo violinista preferito da una bettola in cui suonava la sua musica gitana- mentre, la maggior parte dei più blasonati violinisti classici, che non ha queste radici, non potrebbe fare tre note di musica Irlandese o gitana senza creare imbarazzo.  Poi, maestri di vita sono stati i bambini e i giovani con i quali ho lavorato in Italia e in Svizzera, e con cui lavoro ancora, come nella tre giorni di workshop-concerti, tenutasi nel liceo Classico di Anagni lo scorso gennaio”.

Antonio deve tanto a Folco Quilici con cui ha lavorato per almeno 30 anni, Ermanno Olmi e Mario Monicelli (che hanno collaborato alla realizzazione del suo spettacolo La donna del Mare per il Teatro Comunale di Firenze), Ronnie Drew, fondatore dei The Dubliners, che ha cantato tante sue canzoni, Josè Seves degli Inti Illimani, che si alterna col suo canto alle filastrocche in lingua salentina narrate dalla mamma del caro amico Antonio Corvino, nel suo album Nomadic Aura, dedicato alle tante culture dimenticate.

E ancora, aggiunge “sono riconoscente a Fabio Masi – che ha avviato il rinnovamento della Chiesa con Don Milani e fondato la prima scuola serale d’Italia, alla famiglia Lorimer, al poeta basco, Jose Angel Irigarai, a Budge Clismann, che ha liberato dalle prigioni di Franco l’eroe irlandese Frankie Ryan, e a Mia Froelicher, che mi ha permesso di conoscere il mondo dell’ emigrazione spagnola e italiana in Svizzera. Molto, poi, hanno contato nella mia formazione i miei amici senza tetto, i filosofi della strada, i disadattati ed emarginati.  Come ho scritto nel mio libro Heyoka, la musica, anche quella più sublime, senza vita vera non vale niente”.

Tanti i momenti tosti di Antonio. “Ho dovuto superare le resistenze della mia famiglia – dice – e ho cercato di stare sempre alla larga dai professionisti della musica, solo a caccia di business. Non è sempre facile. Una grande soddisfazione? La causa vinta contro la Plexus,  quando le musiche composte per il Riccardo III di Shakespeare, richieste da Giorgio Albertazzi, erano state bloccate dal boss della compagnia che aveva rovinato anche il lavoro di Albertazzi, il quale al processo testimoniò in mio favore con una deposizione che sembrava un proprio atto teatrale.”

Tante sue esperienze – una su tutte, quella in cui grazie ad una intervista di Fiona Ritchie della Radio Nazionale Americana, ritrova a Buenos Aires sua figlia, nata a Firenze e scomparsa in USA per 17 anni – sono state corteggiate da produttori cinematografici, come Kusturica.

Da poeta della musica, al Keith Jarret del Mediterraneo, a Pioniere della World Music. Tanti i modi per raccontare ‘O Breskey. “Ma amo – spiega il musicista – essere visto come un mezulari che, in lingua Euskera, vuol dire messaggero di popoli e culture. Mi piace quando dicono che la mia musica riesce a far tornare i popoli alle proprie radici e a farli sentire uniti. E che per questo è uno strumento rivoluzionario”.

Tra i suoi lavori recenti c’è “When Bach was an Irishman and Mozart a Gypsy Boy” – un CD associato ad un libro, edito da Pamiela nei Paesi Baschi, un viaggio musicale sofisticato ed ironico in cui la musica classica incontra le sue radici nelle musiche tradizionali del mondo, attraverso versioni rielaborate di note composizioni classiche. Il Jazz associato al Flamenco, alla musica Irlandese e Balcanica.

A gennaio scorso, per i 30 anni dagli esordi, Antonio ha lanciato la nuova edizione rimasterizzata del lavoro “Viale Gitana”, con il gruppo Al Kamar, di cui fa parte anche il direttore dell’ Orchestra di Tangeri, Jamal Ouassini – con Antonio Carmona de Los Abichuelas, del celebre gruppo flamenco Ketama e molti altri musicisti.

“Al chiarore di AL KAMAR (“la luna”, in arabo) – spiega Antonio –  si riuniscono e festeggiano popoli e culture del Mediterraneo e del mondo Celtico- Iberico: Gitani, Arabi, Baschi, Irlandesi ed Ebrei Sefarditi”. Questo lavoro fu presentato alla fine degli anni 80’ a Parigi all’ Institut du Monde Arabe e nei teatri La Cigale e Cirque d’Hiver con ospiti speciali, come Manu Di Bangu e Jacques Higelin, e celebra il viaggio dei gitani dall’India alla Spagna, l’unione dei popoli attraverso la musica e le comuni radici culturali.

“Credo – fa sapere – che il messaggio della musica come strumento di pace tra i popoli sia oggi più che mai attuale e necessario”.

In questo momento Antonio sta registrando il suo nuovo lavoro discografico: “Samara”, che uscirà nella prossima primavera.

“Io un tipo tosto? Mah – replica – forse più uno che cerca di resistere in un mondo, quello musicale, in cui per arrivare al successo devi essere furbo e duro. Io sono più un tipo tostato, scurito dal mare della vita e dalle sue tempeste, bruciato dai raggi del sole e dai tramonti di tante illusioni. Uno vulnerabile, che si è bruciato tante volte, perché solo rischiando di bruciarsi, si può trovare una illuminazione”.

Visualizza anteprima video YouTube Nomadic Piano Project – ‘Dancing Leaves’

Nomadic Piano Project – ‘Dancing Leaves’

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