La normalità di Alessandro Mahmood e il rumore di fondo dei vecchi razzisti

Focus

Le “gravi” colpe del vincitore di Sanremo: avere il padre egiziano e aver vinto (anche) grazie al voto della giuria di sala

Il giochino è sempre lo stesso. I razzisti da tastiera trovano un nuovo pretesto per attaccare l’integrazione e il multiculturalismo, le persone che hanno a cuore i fondamenti democratici e civili di questo Paese, giustamente, lo fanno notare, ed ecco che in tempo zero il bersaglio di tanto odio diventa subito “il nuovo idolo della sinistra”. E’ una strategia rodata della macchina del fango populista, condita con un attacco alle élite brutte e cattive, ai giornalisti radical chic e al politicamente corretto. Un copione che si ripete da anni ormai, amplificato dai giornali in cui viene elaborato il “pensiero” sovranista.

La vittima predestinata di questo giochino politico-mediatico non poteva che essere Alessandro Mahmood, fresco vincitore del Festival di Sanremo, che per i tuttologi nazional-populisti come Salvini e Di Maio (che forse farebbe meglio a pensare ad altro, visto il gran risultato elettorale abruzzese) ha due colpe gravi: la prima, ovviamente, è quella di avere un padre egiziano e quindi di non rappresentare la “razza italica” in tutta la sua sfolgorante purezza. La seconda colpa è quella di aver vinto grazie al voto della giuria di sala, che ha ribaltato il parere del mitologico popolo. Apriti cielo.

Siccome, per fortuna, c’è ancora qualcuno in questo Paese che non condivide questa delirante narrazione e lo fa sapere tramite tutti i mezzi possibili, questo qualcuno, sia esso un politico, un giornalista, un cittadino comune, diventa subito anch’egli un bersaglio da colpire, da umiliare, da chiudere nel recinto dei soliti luoghi comuni.

Per fortuna, a fugare il campo da qualsiasi equivoco, è stato lo stesso Mahmood, che in un’intervista a Repubblica ha spazzato via, con poche parole, il caos generato dagli odiatori di professione. “La mia generazione – ha detto – non percepisce le differenze, da anni è la realtà dei nostri quartieri: in classe con me alle elementari c’erano molti ragazzini cinesi, russi, tanti di ogni razza e provenienza. Forse sono le generazioni prima della nostra a sentire la diversità”. Semplice, no? La normalità, nel 2019, sono le parole di Alessandro, dalla periferia Sud di Milano. Il resto è rumore di fondo.

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