Gialloverdi, la parodia del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani)

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La pratica dello scambio politico come ai tempi di Craxi Andreotti Forlani. L’impressione che al tavolo da gioco vinca sempre Salvini

L’accordo-barzelletta sulla riforma della prescrizione (d’accordo, ma nel 2020) è solo l’ultimo patetico tentativo di Lega e M5s di far finta di essere sani, come avrebbe detto Gaber. Ormai su qualunque cosa i due partiti di governo devono escogitare delle (finte) soluzioni per tirare a campare, e ogni volta l’impressione finale è che Salvini l’abbia spuntata. Come nel caso in questione: il vessillo di Di Maio e del valvassino Bonafede è stato praticamente ammainato, e nemmeno gratis, giacché adesso i grillini dovranno dire sì al decreto sicurezza caro al capo leghista alla Camera. Al tavolo verde di palazzo Chigi dunque ai ammonticchiano le fiches di Salvini e di converso diminuiscono quelle di Di Maio. Siamo, come si vede, nell’ambito della vecchissima politica, quella del tira e molla, del non fidarsi, dei vertici a quattr’occhi, dello scambio, una pratica che abbiamo visto con un certo disgusto appena si parla di nomine (si pensi al miserrimo mercato delle vacche che si è fatto e si fa in Rai) e che ormai è assurto a metodo generale di governo.

Ma non siamo alla Prima Repubblica: siamo alla fase terminale della Prima Repubblica, quando a dominare non erano “i partiti” ma le consorterie legate ai capi dei partiti, siamo allo “Stato delle camarille”, come lo definì Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari sulla questione morale. La politica di governo ritorna a quella dell’epoca del Caf  (l’accordo Craxi-Andreotti-Forlani) che caratterizzò l’ultimo tratto della Prima Repubblica, il suo capitolo finale prima del terremoto di Tangentopoli. Dc e Psi si dividevano la torta del potere, difendendo con le unghie i rispettivi domini. Ma si trattava appunto del crepuscolo di una lunghissima – e ricca – stagione politica che si era aperta decenni prima. Qui invece saremmo in teoria all’alba di una nuova storia- hanno parlato persino di Terza Repubblica –  e dunque, sempre in teoria, dovremmo respirare una certa aria nuova, pulita, all’irruzione sulla scena di grandi masse deluse dalla politica “di prima”: tutte quelle persone a cui era stata promessa trasparenza, onestà, fine dei privilegi, possibilità di decidere.

E invece siamo al mercimonio (una legge a te, una legge a me) celebrato nelle segrete stanze di palazzo Chigi – quelle senza balcone sulla piazza -, ai condoni, a inesistenti tagli a stipendi e rendite, alla fine della fantomatica democrazia del web. Altro che Prima Repubblica. Per forza tanti elettori del M5s sono delusi: siamo arrivati, dopo solo 5 mesi di governo gialloverde, alla parodia del Caf: e se per celia paragoniamo Conte a Forlani lo facciamo sapendo di rendere un torto al leader democristiano. Di Andreotti resta un milligrammo di cinica astuzia trapassata in Salvini mentre di Craxi qui non c’è proprio nulla. E’ sconsolante rimpiangere un brutto passato: che è comunque tante volte meglio del brutto presente.

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