La piazza, la Brexit e i tormenti del Labour

Focus

Jeremy Corbyn in passato non ha mai nascosto il suo euroscetticismo. Ma il mancato accordo tra Londra e Bruxelles e la spinta della società civile possono cambiare le cose

Settecentomila persone hanno invaso lo scorso finesettimana le strade di Londra per chiedere un secondo referendum sulla Brexit e protestare contro il governo di Theresa May. Una massa enorme, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. In piazza c’erano giovani e meno giovani, cittadini britannici e stranieri, personalità politiche e del mondo della cultura di rilievo come il sindaco laburista della Capitale Sadiq Khan e l’attore Ian McEwan.

Ma si trattava pur sempre di 700mila persone, a fronte dei 17 milioni che votarono due anni fa per uscire dall’Unione. La situazione, sotto il cielo britannico, è più complicata che mai. Le chance di un buon accordo con Bruxelles, che Theresa May possa rivendicare davanti ai cittadini, si assottigliano di giorno in giorno, in vista della fatidica (e ormai vicinissima) data del 29 marzo 2019. Per questo il primo ministro è ormai stritolato in una sorta di tenaglia.

Da una parte l’opposizione interna ai tories, capeggiata da Boris Johnson, che non vuole accordi al ribasso. E dall’altra, nella società civile, una forza eterogenea che invece spinge per sottoporre l’accordo, quando e se ci sarà, al voto popolare. Il che equivarrebbe, di fatto, ad un nuovo referendum. A remare in questa direzione sono i LibDem, da sempre europeisti, i giovani e tutta quella parte del mondo britannico che vede nella globalizzazione e nel multiculturalismo un valore e non un problema.

In questo contesto la posizione del Labour di Jeremy Corbyn è ambigua. Dentro il partito c’è un’ala più tradizionale, che fa riferimento alle grandi aree industriali del nord dell’Inghilterra, legata al mondo delle Unions sindacali, di cui fa parte lo stesso Corbyn, che non è mai stata europeista e mai lo sarà. E poi c’è invece l’ala progressista, liberale, metropolitana, che invece è sempre stata strenuamente anti-Brexit. Ora quest’ala sta diventando maggioranza nel partito. E lo stesso Corbyn, benché non convinto, è stato costretto ad aprire al People’s Vote, pur timidamente, come conferma la sua assenza alle manifestazioni di sabato.

Ciò che il leader laburista ha sempre detto di prediligere sono le elezioni anticipate. Uno scenario non impossibile, dato che un mancato accordo tra Londra e Bruxelles potrebbe portare ad un rapido collasso del governo di Theresa May, tenuto in piedi con i decisivi voti del partito unionista dell’Irlanda del Nord. A quel punto bisognerebbe capire se Corbyn si dimostrerà convintamente a favore di un nuovo referendum sulla Brexit o meno. Anche da questo dipenderà il futuro politico suo, del Labour e del Regno Unito.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli