La resa di Angela Merkel, così si chiude un’epoca

Focus

Decisiva la batosta in Assia, ma il processo politico è iniziato almeno da tre anni. La fine del dominio della Volkspartei

Sipario. Finisce così, in un pomeriggio di fine ottobre, l’epoca di Angela Merkel. Ufficialmente la Cancelliera rimarrà in sella alla Cdu fino ai primi di dicembre e, nominalmente, resterà Cancelliera fino a settembre del 2021 (se il governo reggerà l’urto), ma di fatto la sua epoca si chiude qui. Mai come in questo caso non è retorico né esagerato parlare di “chiusura di un’epoca”. Quasi vent’anni alla guida del partito che più tutti gli altri ha condizionato la storia tedesca ed europea nel nuovo millennio, tredici anni (nel 2021 saranno sedici) a capo del governo che, nel bene e nel male, ha deciso le sorti della locomotiva economica continentale e dell’intera Unione. Per anni la donna più influente del pianeta.

Angela Merkel decide che è giunta l’ora di “aprire un capitolo nuovo”. Troppo cocente la delusione delle elezioni in Assia, giunte solo quindici giorni dopo da quelle in Baviera, che certificano un calo senza precedenti della sua Cdu (ancora peggiore di quello della Csu a Monaco). “Non sono nata Cancelliera, non l’ho mai dimenticato. Ne prendo atto”. Un’uscita di scena in linea con tutto ciò che la Merkel ha rappresentato in questi anni. Un fendente contro il suo governo (e contro chi l’ha combattuta in questi mesi da dentro il suo partito): “Se guardo quello che è stato fatto dal governo federale negli ultimi sette mesi, c’è un segnale chiaro che non si può continuare così. Il quadro del governo non è accettabile così e questo non ha solo a che vedere con la comunicazione, ma con la cultura del lavoro”. Ma poi l’assunzione piena di responsabilità e l’annuncio: “Non mi ricandido né alla guida della Cdu né alla Cancelleria, né in lista al Bundestag nel 2021″. E l’auspicio di “lasciare i propri incarichi con dignità, così come li ho svolti in tutti questi anni”.

Una crisi politica, quella della Merkel e dei cristiano-democratici, che si manifesta oggi con tutto il suo peso, ma che affonda le proprie radici nella debolezza di un governo nato da un quadro politico sconvolto dalle elezioni federali del 2017, figlie a loro volta di un processo nato nel 2015, quando la Cancelliera mise in campo la famosa “politica dell’accoglienza” nei confronti dei profughi siriani. Quello che all’inizio sembrò un gesto con cui Angela Merkel diventava finalmente la Mutti non solo dei tedeschi ma di tutti i popoli europei, si trasformò nella sua condanna politica. Dopo le prime reazioni all’insegna degli applausi alla stazione di Monaco e dello slogan “refugees welcome” che echeggiava negli stadi di tutta la Germania, l’insofferenza è andata via via crescendo, insieme alla minaccia terroristica.

Come in ogni parte d’Europa – e in Italia conosciamo il fenomeno molto meglio che altrove – sono nati movimenti politici che avevano (e hanno) come unico obiettivo quel “fermare l’invasione”, tanto stucchevole quanto penetrante negli strati più deboli, conservatori e meno aperti della popolazione. Un virus che si è insinuato nella politica tedesca e ne ha condizionato i temi, le priorità, la missione.

E così Merkel, messa sotto accusa dagli xenofobi di Alternative für Deutschland, è finita sotto processo anche nel suo partito, tra i suoi alleati. Tanto che il capo della Csu bavarese, nominato ministro dell’Interno del nuovo governo di (grande) coalizione, ha cominciato a farle la guerra. Così come il variegato codazzo di giovani rampanti che, nel suo partito, non ha esitato a voltarle le spalle e architettare la congiura. Il declino di Merkel cambia la geografia politica in Germania.

A destra della Cdu/Csu trova definitivamente spazio il partito populista e nazionalista di AfD, che, dopo le elezioni in Assia, entra in tutti i parlamenti dei Länder locali, oltre che nel Bundestag nazionale, una cosa inimmaginabile fino a pochi anni fa. A sinistra la Spd sembra in balia delle scelte fatte in passato, condannata a pagare un prezzo altissimo per aver appoggiato in tutti questi anni, da partner di minoranza, governi sostanzialmente conservatori. E’ in questo contesto che l’ascesa vertiginosa dei Verdi, partito moderno, liberale in economia e nei diritti, post-ideologico, fieramente europeista e promotore di una società aperta e multiculturale, potrebbe segnare un passaggio strutturale e, a suo modo, epocale: la fine del dominio delle Volkspartei in Germania. Uno scenario le cui conseguenze sono imprevedibili, per la stabilità stessa del Paese e dell’Unione europea.

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