Se la risposta al populismo arriva dalla finanza impact

Focus

Non possiamo stare fermi davanti a questa crisi di fiducia nei confronti del settore pubblico e dello Stato Sociale europeo

Lotta agli sprechi e contrasto alle inefficienze della burocrazia. È attorno a questa coppia di intenti che ogni populismo, anche quello all’italiana, costruisce il suo immaginario favorevole, mentre la politica e le istituzioni pubbliche perdono quota e credibilità. Se questo vale per ogni settore, vale due volte quando parliamo di Welfare e politiche sociali. È attorno agli sprechi in sanità che, anche a sinistra, sono talvolta emerse le relazioni pericolose tra politica e affari, evocative di corruzione e clientele. Dietro al bisogno di casa e alloggi si sono nascoste spesso speculazioni inaccettabili. E il tema dell’accoglienza ai migranti, in tempi di crisi, razzismo e xenofobia, è presto virato in un processo scandaloso e generalizzato alle ONG del Mediterraneo.

Non possiamo stare fermi davanti a questa crisi di fiducia nei confronti del settore pubblico e dello Stato Sociale europeo. E però nemmeno pensare che la strada per recuperare credibilità sia quella della chiusura ad ogni genere di cooperazione e collaborazione con quello che pubblico non è. Né quella di restare chiusi nel sistema dello Stato erogatore di risorse, sempre più scarse, capace di relazionarsi con il settore privato soltanto per mezzo di appalti, commesse e incarichi.

Di questo e di altro, in queste ore, abbiamo parlato con Sir Ronald Cohen, regista del movimento mondiale della finanza ad impatto, in visita a Roma su invito della Santa Sede per la Terza Conferenza sull’Impact Investing in Vaticano, organizzata dal cardinale Peter Turckson. Con la rete di Social Impact Agenda per l’Italia – banche, cooperative, investitori sociali, enti di valutazione e associazioni legate alla finanza d’impatto – abbiamo coinvolto Cohen in alcuni incontri con i principali player del mondo economico italiano (da Cassa Depositi e Prestiti a realtà bancarie di rilievo come Unicredit, Ubi, BNL, Bpm e Federcasse o attori economici del calibro di Enel e Generali), per provare, insieme, a ragionare su un punto semplice eppure rivoluzionario: come collegare un mondo finanziario disponibile a superare le derive  speculative e gli attori pubblici e del Terzo Settore interessati al contrasto alle diseguaglianze e al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Questo collegamento tra Stato, finanza impact ed economia sociale non può essere lasciato al caso, ma deve essere lo schema di lavoro sistematico se vogliamo rilanciare un progetto-Paese che faccia del collegamento tra protezione sociale e innovazione la nuova mission di una politica capace di riconnettersi ai bisogni diffusi e su scala globale raggiungere i global Development goals.

Il Global Steering Group for Impact Investment (presieduto da Cohen e del cui  Board of Trustee mondiale sono onorata di far  parte dallo scorso maggio) ha dunque deciso in questo 2018 di tentare una grande accelerata, che a partire dai buoni risultati ottenuti dai primi 100 social bonds attivati finora in tutto il mondo provi a strutturare una strategia ancora più solida attorno a degli Outcome Funds tematici, che coinvolgano social investors, Governi e progetti di economia sociale su alcuni obbiettivi precisi.  In India, Africa e Medio Oriente stanno partendo Outcome Funds dedicati al contrasto delle povertà educative, della disoccupazione giovanile e della dispersione scolastica. Fondi che prevedono la restituzione e l’eventuale remunerazione del capitale solo ad obbiettivi raggiunti.

In Italia da qualche mese è stato creato il primo  Outcome Fund, finanziato nell’ultima manovra di bilancio  con 25 milioni di euro per il triennio 2018-2020 e dedicato all’Innovazione Sociale. Ho già chiesto al ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, di prendere a cuore questa partita innovativa per un paese che deve sviluppare modelli ibridi di partnership pubblico/privato per il raggiungimento di obiettivi sociali .

Ma al cuore della rivoluzione impact c’è una grande infrastruttura intangibile : la valutazione d’impatto. Anche Cohen lo ha ribadito durante il pranzo di lunedì scorso in Unicredit – davanti a una platea rappresentativa del mondo “impact ” italiano riunito nell’associazione Social Impact Agenda per L ‘Italia: alla base degli investimenti ad impatto c’è il meccanismo “pay by result”. Il pubblico rimborsa al privato la somma investita solo se i risultati e gli obiettivi d’intervento sono raggiunti. Può esserci anche ritorno di investimento quando parliamo di social o green o refugees bond, ma a patto che la politica abbia funzionato e cioè generato l’impatto previsto in termini di cambiamento, prevenzione, ricadute effettive.

Siamo pronti, in Italia, a cambiare prospettiva? Ad attivare sinergie reali tra politica e finanza sociale, dismettendo timori e pregiudizi? E a puntare su quel Terzo Settore pronto ad affrancarsi dalle erogazioni pubbliche “old style” in convenzionamento diretto e pronto a raccogliere la sfida della valutazione ? Dobbiamo trovare il coraggio di insistere. Evitando torsioni liberiste, ma provando a contaminare la struttura del welfare italiano  con esperimenti generativi di trasformazione. Per evolvere verso quello che Mariana Mazzuccato ha definito “lo Stato innovatore”: non solo erogatore di servizi o “mediatore di interessi”, ma regista di schemi collaborativi tra pubblico e privato. Non per smantellare il Welfare che già esiste, ma per rafforzarlo aggiungendo le risorse che mancano e investendo, anche nel settore pubblico, su una cultura della misurazione. Evidence Based policies contro sprechi e populismi; politiche sociali sostenibili economicamente e basate sui risultati: è questa la strada che dovremmo imboccare molto rapidamente.

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