La settimana “in giallo”. Tutto il meglio nelle sale e in tv

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A poco più di 80 anni trascorsi dalla prima edizione italiana, “Assassinio sull’Orient Express” fa ancora brillare di una luce immensa il talento della sua autrice, Agatha Christie

Fra stazioni di capitali europee, lande nevose e sbuffi di locomotiva di un treno raffinato e retrò immerso in orribili misteri, Assassinio sull’Orient Express si candida ad essere senz’altro uno dei gioielli delle detective story mai scritte. A poco più di 80 anni trascorsi dalla prima edizione italiana del ’35, fa ancora brillare di una luce immensa il talento della sua autrice, Agatha Christie, insuperabile regina del brivido morta nel gennaio del ’76. Nel libro è tutto un concentrato di quel patrimonio della letteratura gialla classica che tiene col fiato sospeso fino all’ultima pagina: un barbaro delitto eseguito nello scompartimento di un vagone-letto, ombre, sospetti, reticenze, interrogatori in una situazione di tempo sospeso poiché una valanga blocca all’improvviso l’itinerario europeo delle carrozze, la lucida e tagliente intelligenza dell’investigatore belga dai baffetti impomatati, Hercule Poirot, che fa agire vorticosamente le sue “celluline grigie” ricomponendo le tessere di un piano folle, ma anche di un acting omicidiario che sa di spettacolare giustizialismo. E di sprofondi dell’anima che toccheranno tutti. Il film attualmente nelle sale e con un cast stellare (fra cui Johnny Depp, Penelope Cruz, Michelle Pfeiffer, Judi Dench), ha il pregio di drammatizzare molto bene alcune scene finali – quelle in cui si capisce chi ha inferto le dodici coltellate al boss Cassetti, in fuga dalle Corti americane per un infanticidio -, ripropone nei dialoghi la versione originaria del testo – quella censurata nel Fascismo e dove la Christie ha espressioni di dileggio verso gli italiani -, ma comprime in maniera un po’ caotica gli elementi investigativi e, soprattutto, ci offre un Kenneth Branagh in una ridicola, macchiettistica e anche sgraziata versione di Poirot, con mustacchi arrotolati fino ai lobi che lo fanno assomigliare ad un domatore di leoni o al direttore del circo Barnum, preda delle sue ossessioni simmetriche come un nevrotico qualsiasi, e senza nemmeno le physique bombata da gastrosofo incallito.

Questo mystery claustrofobicamente concentrato fra rotaie, aspre rocce e vertigini della memoria, è un must di quella perfida guerra del gatto col topo che la Christie instaura col lettore, perla della suspense mondiale. E fa bene allora Sky a riproporre in queste settimane tutta la library della Christie finora prodotta e trasmessa attraverso il canale 143: film e telefilm dedicati, da un lato, alle avventure di Poirot magistralmente interpretato da David Suchet (che meriterebbe un Oscar alla carriera), e dall’altro, a quelle di Miss Marple, altro personaggio degli indimenticabili noir della scrittrice, che risolve i casi più labirintici con i pettegolezzi e l’arguzia di una tipica vecchietta del villaggio di St. Mary Mead. Sempre sul satellite, FoxCrime offre la seconda serie di Little Murders, una rivisitazione in chiave comédie française delle opere della Christie fra gaffe, ambiguità, amorazzi ed equivoci di un commissario col suo ispettore gay, nella prima, di un altro commissario con una giornalista impicciona e senza classe di cui si va progressivamente innamorando, nella nuova. E come dimenticare anche Mistero a Crooked House, altro cameo della cerebralissima autrice britannica, al cinema da alcune settimane, dove il classico “patriarca” di una aristocratica famiglia inglese viene ucciso dentro un lussuosissimo maniero che cova rancori e risentimenti e brame di eredità?

Le spy story, del resto, hanno sempre assolto a questo paradigma: dopo il sangue innocente versato, ritornare alla pax collettiva “ferita” e spiazzata, ai valori traditi, grazie alla sagacia di quella missione inquirente in cui si incarna l’uomo in divisa, l’angelo con la pistola, il poliziotto senza macchia e senza paura. Come dire di no a questa meravigliosa, seppur buia e angosciosa, apologia della luce ritrovata, del mistero dipanato in un mondo che fa delle Piovre occulte, dei regimi clandestini, delle consorterie mai inchiodate la sua invisa e rovesciata “razionalità”?

Mix perfetto di questi elementi che troviamo anche in un ottimo filone di “caccia al serial killer” timbrato Longanesi, casa editrice che pubblica le opere di James Patterson, fra i giallisti più letti del mondo, quelle di Donato Carrisi – alla prima esperienza come regista nella trasposizione filmica di un suo romanzo La ragazza nella nebbia, dove il vero Male si capisce che non è nel macabro ma negli spifferi di una follia irredimibile, ingovernabile, che vive anche di una nuovissima chimica fra Crudeltà e Massmedia – e che ha lanciato anche l’interessante autore Mirko Zilahy con E’ così che si uccide e La forma del buio, entrambi ambientati in una Roma inquietante dove gli esecrabili supplizi inferti alle vittime trovano anche fondali artistici e metropolitani adeguati, in un vero e proprio sposalizio nero con le forze più diaboliche e represse.

Non tutto però è introspezione, deduzione e logica affilata nella thriller passion che ci “assale” da parecchio tempo. Nei serial mainstream modello CSI domina molto altro: calcoli balistici perfetti, l’azione di un reagente chimico sulle chiazze di sangue dopo un delitto, l’analisi dettagliata di una microfibra rimasta impigliata nella ferita mortale del cadavere, ed è fatta. Fra provette magiche, super computer e camici bianchi la giustizia è sempre assicurata e il malvagio di turno prontamente consegnato ai carcerieri. Tutto sembra già scritto in basso e in alto, nei fondali delle molecole e nei cieli del diritto. Ma quando questi si rannuvolano, per fortuna, riappaiono gli esperti degli abissi, i profiler ante litteram che fra sigari e uncinetti, brandy e shopping paesano battono alla grande i dottori del Male da laboratorio…

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