Fare figli e poterli crescere, serve anche la politica

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Presentato oggi il secondo pilastro della strategia sociale del Pd

Oggi il Pd ha presentato ufficialmente la sua proposta per riordinare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico, attraverso l’assegno unico e la dote unica per i servizi. Abbiamo così cominciato concretamente a realizzare l’impegno assunto in campagna elettorale: mettere al centro della nostra azione politica la sfida della natalità e della genitorialità.

Nella scorsa legislatura si è lavorato sul tema, con una nostra iniziativa legislativa per istituire l’Assegno universale; con nuove misure in denaro (bonus mamma, bonus nido, bonus bebè), in servizi (voucher baby sitter o asilo nido) e per via fiscale (aumento a 4.000 euro del limite di reddito del figlio per poter essere considerato fiscalmente a carico).

Abbiamo preso tuttavia atto che occorre fare di più, poiché la bassa fecondità segna la progressiva decadenza delle nostre comunità. Se non nascono bambini manca infatti la felicità che essi portano. Inoltre, si indebolisce il tessuto economico e dei servizi pubblici locali. Di più: senza il contributo delle nuove generazioni non si tiene sul piano previdenziale e su quello assistenziale, perché la spesa pubblica per le persone non autosufficienti cresce senza corrispondenti entrate e perché si riducono i legami familiari e quindi la coesione sociale.

Il cosa fare è noto, non abbiamo nulla da inventare e molto (non tutto) dipende dalla politica. Non è un caso che molti Paesi europei abbiano tassi di natalità superiori ai nostri: perché da tempo adottano in vario modo una seria, pur costosa, politica per la natalità e la genitorialità.

I trasferimenti in denaro dovrebbero essere semplici, equi e certi, tutti requisiti che in Italia non abbiamo. Da noi ci sono assegni familiari, detrazioni per figli a carico e una numerosa serie di bonus: una giungla costruita per strati e ritocchi, senza un disegno chiaro e con ingiustizie, perché gli incapienti e gli autonomi hanno poco o nulla. Vogliamo quindi ispirarci a Paesi come Germania, Gran Bretagna o Canada, dove il mantenimento dei figli è sostenuto con la fiscalità generale e riconosciuto con un child benefit, cioè un assegno unico e universale per i figli, concesso in misura diversa a seconda della condizione economica e dell’età dei figli. La proposta di legge presentata oggi fa quindi in modo che la misura sia semplice (superando tutti gli attuali sussidi e bonus da sostituire con l’assegno unico), equa (per tutti, tranne i ricchi) e certa (si riceve in denaro ogni primo del mese per tutti gli anni in cui il figlio è a carico, oppure per via fiscale).

Anche i servizi hanno bisogno di essere incentivati: quelli per l’infanzia, ma anche quelli per l’adolescenza. Si prevede pertanto l’istituzione di una Dote unica per servizi, concessa attraverso una carta acquisti, che permetterà di incentivare il “secondo welfare”, con meccanismi di compartecipazione che potranno anche far emergere il lavoro sommerso e creare nuova occupazione.

L’obiettivo finale è quello di finanziare, interamente con la fiscalità generale, parte del costo di mantenimento dei figli. Si dirà che tutto questo costa molto: servono infatti a regime quasi dieci miliardi di spesa in più all’anno. È vero, ma questa è una priorità. Ecco allora una delle sfide che poniamo a chi oggi governa: basta slogan o proposte generiche. Se si concorda sull’obiettivo di rafforzare natalità e genitorialità, si cominci subito a discutere, partendo dalla nostra proposta.

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