La svolta della Leopolda. Ecco come sarà l’ultimo mese di campagna

Focus

Lo scontro non è tra due Italie, ma tra due gruppi dirigenti. Uno che vuole un Paese più forte e un altro che non sarebbe in grado di elaborare un progetto comune

È partita dalla Leopolda la fase finale della campagna per il referendum del 4 dicembre. Matteo Renzi ha determinato il cambio di registro, che segnerà le ultime quattro settimane. Meno spazio ai contenuti (appena accennati dal palco della ex stazione fiorentina) e più attenzione alla sfida generazionale, quella di chi guarda al futuro contro chi vuole tornare dal passato. Una chiave più emotiva, più politicamente affine alle origini renziane e leopoldine, rivolta a cambiare i sondaggi che vedono ancora il No leggermente avanti. E non a caso, Renzi ricorda che anche alle europee 2014 si preannunciava un disastro e finì invece in trionfo: “Io non credo nei sondaggi, io credo in voi”, è il messaggio consegnato dal premier sul palco.
E loro, i leopoldini, hanno reagito bene. Le presenze sono cresciute rispetto allo scorso anno, grazie non tanto a chi voleva salire sul carro del vincitore – come era successo in passato – quanto piuttosto a un ricompattamento del gruppo storico, che ha avvertito l’importanza della sfida e ha scelto di stringersi attorno al proprio leader. Il ritrovato protagonismo dei vari Richetti, Gori, Bonafè, Delrio – un tempo vicinissimi al premier, poi più distanti dalla cerchia dei fedelissimi – indica proprio la consapevolezza diffusa di rinsaldare le fila.
A chi temeva (e a chi sperava) che questo potesse essere l’ultimo appuntamento con la kermesse fiorentina, qualora il 4 dicembre non dovesse arrivare il risultato sperato, Renzi ha dato un messaggio chiaro, fissando già le date della edizione 2017 della Leopolda. La storia continua, insomma, qualunque cosa accada.
È il culmine del tentativo di “spersonalizzare” l’appuntamento referendario, che diventa una missione non solo per Matteo Renzi, ma per tutti i leopoldini e per chi, come loro, vogliono consegnare un’altra idea di Italia, non più piagnona e rinunciataria, ma orgogliosa e ambiziosa. Il premier sta bene attento a non confondere i leader del fronte del No (citati uno per uno, da Grillo, a Berlusconi a Salvini e Calderoli) con i loro elettori tradizionali, spiegando che lo scontro non è tra due Italie, ma tra due gruppi dirigenti. Uno che vuole un Paese più forte, anche sul piano internazionale, e un altro che non sarebbe in grado di elaborare un progetto comune, se non quello di un “governicchio tecnicicchio”.
Solo i compagni di partito non vengono nominati. A Bersani e soprattutto D’Alema, Renzi si rivolge definendoli “chi ha decretato la fine dell’Ulivo” e accusandoli di voler fare lo stesso con il Pd, attraverso il referendum. “Non ve lo consentiremo!”, è l’urlo che parte dal palco fra gli applausi – i più forti – della platea. Ormai la rottura con loro è definitiva, l’accordo raggiunto ieri con Cuperlo – nemmeno sfiorato dal discorso – ha sancito anche tra i dem la separazione nell’ottica renziana tra chi vuole portare avanti questo progetto, seppur con idee diverse, e chi si pone già di fatto con un piede fuori.

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