La verità contro il populismo

Focus

Il dramma di Ibsen in scena al Teatro Argentina di Roma. Riflettori sul rapporto scienza-società

I conflitti che la scienza e le sue applicazioni portano con sé devono affascinare Massimo Popolizio se, dopo il successo di Copenhagen, dramma di Michael Frayn sul dilemma etico degli scienziati atomici, porta ora sulle scene Un nemico del popolo, opera teatrale di Henrik Ibsen, in cui una scomoda verità scientifica minaccia gli equilibri instabili di una piccola comunità. Se il primo è opera drammaturgica contemporanea, il secondo è un classico del 1882, le cui tematiche -grazie anche all’adattamento di Popolizio- restano assolutamente contemporanee.

Popolizio, alias il dottor Thomas Stockmann, scopre nel corso della sua attività di ricerca il grave inquinamento delle acque degli stabilimenti termali, fulcro economico della cittadina dove si svolge l’azione. Non dubita sulla necessità di rendere pubblica la notizia, mettendo in moto così le reazioni degli altri stakeholders: il sindaco (e fratello del dottore) Peter Stockmann, interpretato da una straordinaria Maria Paiato, la stampa “indipendente”, l’associazione dei proprietari di case, il padrone della conceria inquinatrice, fino all’opinione pubblica. Ognuno porta in scena la sua verità, che inevitabilmente sbarra la strada alla verità scientifica, e lo sviluppo dell’azione richiama la cronaca dei fatti dell’Ilva di Taranto, della Xylella pugliese o degli interramenti di rifiuti tossici nella Terra dei fuochi.

Poiché c’è un prezzo da pagare per le costose e lunghe opere di bonifica delle condutture termali, ciascuno si chiamerà fuori tranne il dottor Stockmann, nonostante la sua sicurezza economica dipenda proprio da quelle terme. E’ lui che si fa interprete di quello che oggi chiameremmo lo spirito Pimby (please in my backyard), l’intento di una comunità di compiere opere di pubblica utilità condivise e nel pieno rispetto delle regole.

La materia drammaturgica così si amplia e i temi si moltiplicano: l’esercizio della democrazia che scivola verso palesi forme di populismo; il diritto d’informazione messo sotto attacco non solo da conflitti d’interesse grandi e piccoli di editori e redattori, ma anche da pressioni politiche, “il pubblico non ha bisogno di idee nuove, semmai ha bisogno di quelle che ha già” sentenzia il sindaco nella redazione del giornale cittadino La voce del popolo.

Popolizio dipana l’intrecciata matassa compiendo scelte coraggiose: evita accuratamente toni seriosi e predilige il registro ironico e pungente del testo, strappando parecchie amare risate alla platea. Quest’ultima è costretta però anche a un esame di coscienza nella scena dell’assemblea cittadina con gli spettatori che diventano parte di quell’opinione pubblica -colpevole perché disinformata e manipolabile- pronta a voltare le spalle al “nemico del popolo”, il dottor Stockmann. E’ proprio a questo punto che Stockmann/Popolizio esorta ciascuno ad assumersi la responsabilità di alimentare la democrazia trovando il coraggio di far emergere le verità che ciascuno ha già nella propria coscienza, perché “essere popolo è un traguardo che bisogna conquistarsi”.

Popolizio coordina perfettamente un’opera corale in cui il ritmo dell’azione è scandito dal blues metallico delle dobro che accompagna gli intermezzi di una voce narrante (l’efficace Martin Chisimba). La collocazione in un’America faulkneriana, invece che nella Norvegia di fine Ottocento dell’autore, non rimanda solo a un immaginario più condiviso, ma anche alla crisi economica che ha preceduto quella odierna, un altro parallelismo con l’oggi.

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