La Cgil “giallo-rossa” di Landini non ha ancora vinto

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L’endorsement di Susanna Camusso pesa ma Vincenzo Colla non si ritira. Si va verso una inedita conta o ci sarà un accordo unitario? La scelta a gennaio

Un po’ comunicazione burocratica un po’ endorsement, ieri a tarda sera alla riunione della segreteria della Cgil Susanna Camusso ha fatto il nome di Maurizio Landini come suo successore alla guida del primo sindacato italiano. Nella “campagna d’ascolto” interna – ha spiegato Camusso – la figura più gettonata è risultata proprio quella dell’ex capo della Fiom: pertanto tocca a lui.

Ma i giochi non sono fatti. A tre mesi dal 18esimo congresso confederale che si svolgerà dal 22 al 25 gennaio prossimi a Bari che nominerà l’Assemblea che  successivamente incoronerà l’erede di Di Vittorio, Lama e Trentin, i candidati restano due (e anche questa è una novità): c’è Landini e c’è anche Vincenzo Colla, anch’egli membro della segreteria, anch’egli emiliano, anch’egli ex operaio e dulcis in fundo amico personale di Landini da quando erano ragazzi (il che in teoria potrebbe facilitare un accordo fra i due per evitare una spaccatura che sarebbe un inedito assoluto nella storia di un sindacato che ha nel suo dna il mito dell’unità interna). Colla infatti non si ritira e le categorie che lo appoggiano – in primis il potente Spi, il sindacato dei pensionati – già promettono battaglia.

Tutto dunque è ancora possibile ma è chiaro che da ieri sera le chances di Landini sono cresciute. D’altra parte Landini lavora da due anni all’obiettivo di conquistare la poltrona più importante di Corso d’Italia: ed era dunque vero che non ci pensava affatto a entrare in politica malgrado le sue incalcolabili perfomances televisive facessero pensare il contrario e così anche lo scombiccherato tentativo della “Coalizione sociale”, embrione subito auto-soffocato di una nuova formazione politica di sinistra.

Nel mare magnum della Cgil Landini è molto amato e molto odiato. Amato perché radicale con tratti populisti, odiato perché radicale con tratti populisti. Un sindacato storicamente riformista come la Cgil, ancorato alla pratica della trattativa e sempre memore degli interessi generali, non molti anni fa avrebbe confinato il “landinismo” in minoranza, ma è pur vero che tutto è cambiato; e nella difficoltà epocale del riformismo è venuta avanti nella società la pulsione populista e estremista che è giunta persino al governo del Paese. Perché la Cgil non dovrebbe mutar pelle? Su questo fa leva l’ex capo dei metalmeccanici Fiom, mentre Colla è dipinto come più attento alle più tradizionali e forse più fruttuose pratiche riformiste e contrattualiste.

Ecco dunque disegnarsi, con Landini, un sindacato giallo-rosso. O per meglio dire, visto che qui la squadra di calcio della Capitale non c’entra niente, “rosso-giallo”. Con quei mondi Landini ha condiviso la durissima opposizione al governo Renzi, alla legge Fornero, al jobs act chissà, forse una Cgil più contigua, o meglio: più in sintonia, con il governo gialloverde. Da anni simbolo dell’anima più “radicale”, l’ex leader della Fiom  potrebbe infatti costruire una Cgil in sintonia con il mondo grillino e, insieme, all’area multiforme e priva di un punto di riferimento che sta alla sinistra del Pd. Ecco perché “giallo-rosso”.

Ma attenzione, però. Il movimentismo dell’ex leader della Fiom non diciamo sia solo in superficie ma certo non esclude un pragmatismo molto “emiliano” che al tavolo delle trattative lo mostra in tutt’altri panni: è il Landini che firma accordi durissimi per i lavoratori se questo serve a salvare le aziende. Insomma, con Maurizio Landini  avremmo una Cgil completamente diversa da quello che è stata in questi decenni. Ma ancora non ha vinto la battaglia.

 

 

 

 

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