Vince Landini (ma Colla non perde). Il compromesso nella Cgil

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L’equilibrio raggiunto al Congresso smina il campo da una conta che sarebbe stata lacerante

Vince Maurizio Landini e non perde Vincenzo Colla: è la Cgil nel suo insieme che riesce, in extremis, a evitare una conta che l’avrebbe divisa come una mela, cosa mai successa nella sua lunghissima storia. L’accordo è l’uovo di Colombo: segreteria generale a Landini, più conosciuto, più mediatico, più combattivo e forse più amato; e vicesegreteria al più mite e considerato più “riformista” Colla, che grazie al suo largo consenso porta a casa una buona presenza nella segreteria e nel direttivo, dunque in grado non diciamo di condizionare ma quantomeno concordare con il neosegretario le scelte di Corso d’Italia.

Nel merito, dalla segreteria usciranno Camusso e Franco Martini, l’uomo che ha la delega alla contrattazione. Entra, in quota Colla, Emilio Miceli, segretario dei chimici. Dal canto suo Colla può contare anche sulla conferma di Roberto Ghiselli.

Nel direttivo, lo schema sarà quello del 60 a Landini e 40 a Colla. Molto importante anche la scelta di una seconda vicesegreteria, che andrà a una donna, probabilmente Gianna Fracassi.

Verranno nominati anche due vicesegretari aggiunti, un “colliano” e un “camussiano” (anche perché il grosso dei voti pro-Landini sono direttamente ascrivibili alla Camusso).

Ci si poteva pensare prima a tutto questo? In realtà al compromesso si lavora da settimane. Il punto di difficoltà era stato, fino alla notte scorsa, il grado di bilanciamento “colliano” alla segreteria Landini. Ci si è lavorato molto, con Susanna Camusso e i suoi impegnati a raggiungere l’obiettivo di non vedere sconfessata la sua indicazione a favore dell’ex capo della Fiom: impresa riuscita anche grazie ad un argomento forte. Questo: se la Cgil vuole giocare un ruolo di prim’ordine nell’attuale fase sociale e politica – fase contrassegnata da un preoccupante incedere della risi economica e dal segno di destra della politica economica del governo Conte – e se intende davvero costruire una nuova fase del rapporto unitario con Uil e Cisl, allora non ci si può presentare lacerati, e dunque da Bari deve uscire una Cgil unita non solo sul documento (che ha avuto già il 98%) ma anche sul nome del segretario.

Vincenzo Colla ha tenuto ferma la sua candidatura forse immaginando che sarebbe andata finire così. E costruendo assemblea dopo assemblea una quasi-maggioranza che in ogni caso costringerà Landini a un confronto interno serrato e permanente.

Ma non c’è dubbio che l’uomo del giorno sia Maurizio Landini, il sindacalista con la felpa, l’ex ragazzo che abbandonò gli studi per lavorare in fabbrica, il dirigente sindacale che scalò gradino dopo gradino la Fiom guidata da anni da emiliani come lui (da Claudio Sabattini a Gianni Rinaldini), nel segno di quella sinistra sindacale da sempre egemone fra i metalmeccanici ma mai a Corso d’Italia. Landini è un sindacalista puro, anche se negli anni del renzismo sulle sue spalle ricadde il compito di testimoniare appunto la critica da sinistra al Pd, fino al corteggiamento di un estremismo troppo minoritario (la vacua esperienza della “Coalizione sociale”) per farne qualcosa di significativo. Landini lo capì presto e abbandonata la Fiom per scadenza del mandato si  gettò nella corsa alla guida della Cgil.

Dopo gli 8 anni di guida complicata di Susanna Camusso, a lungo omaggiata (bello l’abbraccio con Annamaria Furlan), adesso tocca a questo emiliano di 57 anni, solido e mediatico, pragmatico e combattivo, il compito arduo di far rientrare pienamente la Cgil nello scontro politico e sociale (a partire dalla manifestazione unitaria del 9 febbraio contro il governo), aggiornare la sua piattaforma ideale e culturale svecchiando abitudini consolidate e liturgie antiche (può un Congresso durare un anno?), confermando la autonomia dalla politica e dai partiti e – soprattutto – restituire un senso forte al ruolo della Confederazione. Nell’era del populismo al governo, a Maurizio Landini toccherà un lavoro davvero non facile.

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