Il vuoto del Governo sulle politiche del lavoro

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Di Maio assediato da 144 crisi aziendali che non sa come risolvere e dalle brutte notizie sugli effetti del suo decreto ha scelto di attaccare il PD

Quando Luigi Di Maio si sente circondato inizia a sparare. Assediato da 144 crisi aziendali che non sa come risolvere e dalle brutte notizie sugli effetti del suo decreto disoccupazione, ha scelto l’opzione più comoda e usuale. Ha attaccato il PD. Caricando la macchina del rancore, etichettando come “assassino politico” chi ha scritto e approvato le riforme nella scorsa legislatura. Ha calpestato la memoria dei giuslavoristi che in Italia sono stati ammazzati dal terrorismo politico, e messo in pericolo chi ancora oggi si occupa di questi temi.

Poi ci ha accusati per la scadenza a dicembre della cassa integrazione per 140.000 lavoratori. Ha evitato naturalmente di dire che è stato il PD a garantire quegli ammortizzatori nel 2015 fino ad oggi, stanziando le risorse necessarie e superando la previsione della legge Fornero che li avrebbe visti estinguersi nel 2016. Ma andiamo con ordine.

Nella scorsa legislatura il PD ha preso una direzione chiara: smettere di finanziare la disoccupazione e passare a finanziare l’occupazione, con le politiche attive del lavoro e l’abbassamento del costo del lavoro stabile, rendendo contemporaneamente gli ammortizzatori sociali davvero universali.

La NASPI e la DIS-COLL oggi rendono l’Italia il paese europeo con i sussidi di disoccupazione più inclusivi, che garantiscono un assegno fino a 1300 euro e si allargano a 1,3 milioni di persone che non avevano mai avuto alcuna tutela, fra cui anche i co.co.co., i dottorandi e gli assegnisti di ricerca. Ribaltiamo la propaganda del Ministro della disoccupazione: il Pd non ha mai abbandonato al loro destino i lavoratori delle aziende in crisi.

Abbiamo allargato per la prima volta il diritto a ricevere la cassa integrazione agli apprendisti e ai lavoratori delle piccole imprese, fra i 5 e 15 dipendenti, raggiungendo una platea potenziale di 600.000 aziende e 5,6 milioni di lavoratori. Abbiamo esteso la cassa integrazione nel triennio 2016-2018 nei casi in cui l’attività produttiva fosse cessata e ci fossero concrete prospettive di rapida reindustrializzazione e riassorbimento occupazionale: una norma di transizione per un nuovo sistema, più razionale, di ammortizzatori e politiche attive che avevamo iniziato faticosamente a costruire, una norma che oggi protegge quei 140.000 lavoratori fino al 31 dicembre e che nel frattempo ha consentito di investire risorse nella reindustrializzazione di tanti siti produttivi.

Scegliere come impiegare i fondi fra ammortizzatori e altre politiche del lavoro è stata ed è sempre una scelta politica, che si ripete ad ogni legge di bilancio. Ogni anno i governi e le maggioranze destinano fondi agli ammortizzatori sociali in base all’andamento dell’economia: noi lo abbiamo fatto per 5 anni rifinanziando e prorogando tutte le misure necessarie e concentrandoci sulle aree di crisi complessa.

Oggi quella scelta non spetta al PD, che pure l’ha già messa sul piatto nella discussione del milleproroghe, vedendosi bocciare un emendamento che stanziava 90 milioni per questi lavoratori. Quella scelta spetta al governo e a Luigi Di Maio e al suo governo, che continua a non volersi assumere questa responsabilità. Ha annunciato di aver inserito la cassa per cessazione nel decreto per Genova, del quale però, a 42 giorni dalla tragedia, nessuno ha notizia. I sindacati continuano a manifestare sotto il Ministero e in giro per l’Italia, chiedendo risposte che non arrivano.

A Di Maio chiediamo rapidità e soprattutto realismo, perché la cassa per cessazione deve essere utilizzata solo nei casi in cui davvero c’è speranza di riaprire gli stabilimenti. Altrimenti, le risposte che servono sono altre: si chiamano investimenti, riqualificazione e formazione continua, ricollocazione. Un sistema che accompagni il lavoratore dal posto perduto alle nuove mansioni create dall’economia digitale.

Non scorgiamo questo obiettivo nel reddito di cittadinanza, del quale si parla solo e sempre in funzione della cifra da destinare ora ai pensionati, ora ai lavori socialmente utili, ora a chi si trova sotto la soglia di povertà. Nessuno sa cosa sia realmente la base fondamentale del programma dei 5 Stelle. E il motivo per cui Di Maio spara ogni giorno ad alzo zero, è che non lo sa nemmeno lui.

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