Istat, aumenta ancora il lavoro per giovani e donne

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Si tratta del minimo da dicembre 2011 quando era pari al 31,2%. Mai così tante donne a lavoro.

Continua a scendere la disoccupazione giovanile in Italia. Secondo le stime provvisorie dell’Istat, a gennaio, la disoccupazione degli under 25 è scesa al 31,5% (1,2 punti) toccando il livello più basso dal dicembre 2011.

Sembrerebbe un dato ancora molto alto, e in effetti di strada da percorrere ancora ce n’è. Ma è giusto sgombrare il campo da un equivoco: non è vero che se il tasso di disoccupazione giovanile è del 31,5%, i ragazzi senza lavoro, in Italia, sono esattamente il 31,5%. In altre parole, il totale della forza lavoro non corrisponde alla popolazione, quel numero è rapportato con chi cerca lavoro e non tiene conto quindi degli inattivi. Se si calcola la popolazione totale, infatti, i giovani senza lavoro risultano infatti l’8,4% (cioè meno di un giovane su 10 è disoccupato), perché in quella classe di età (14-24) in molti sono impegnati negli studi.

Quanto alla lieve risalita del tasso di disoccupazione totale, secondo l’Istat all’11,1%, va sottolineato che: il tasso di occupazione risulta pari al 58,1%, ai massimi dal dicembre 2008; il numero di occupati è pari a 23 milioni e 66mila, ai massimi dalla primavera del 2008 (23 milioni 203 mila); il numero di lavoratori dipendenti a 17 milioni 798mila è ai massimi di sempre (nemmeno nel 2008, prima della crisi, si era toccato questo livello).

Nel dato di oggi c’è poi un altro aspetto da considerare, in questo caso meno positivo rispetto al lavoro giovanile, che riguarda la crescita dei lavoratori a termine (+409 mila), il cui numero è il 16,4% del totale. Una tendenza che va avanti da qualche mese e che lo stesso Matteo Renzi ha denunciato in diverse occasioni sottolineando che dopo la quantità (un milione di posti di lavoro dal 2014) bisogna ora puntare sulla qualità. Tuttavia anche in questo caso va messo in evidenza un aspetto che i dati di oggi non dicono in maniera esplicita. A onor del vero, infatti, da quando è in vigore il Jobs Act i posti di lavoro stabili sono cresciuti in misura maggiore rispetto a quelli a termine. Basti considerare il computo complessivo dei nuovi posti di lavoro: oltre il 50 per cento di essi sono stabili, a tempo indeterminato. Dunque la tesi delle opposizioni secondo la quale il Jobs Act avrebbe precarizzato il mondo del lavoro non è collegata alla verità dei numeri.

Certo, la strada da percorrere è ancora in salita e come ha sottolineato l’ultimo rapporto annuale del Censis, la ripresa economica registrata finora ancora non è sufficiente ad arginare il “rancore sociale”, che risulta invece in aumento. Ma disperdere quanto fatto finora, cambiando direzione politica, non aiuterebbe certo il nostro Paese.

Scende poi al minimo storico il numero di lavoratori autonomi – che spesso in questi anni hanno nascosto forme di precariato spinto.

Infine c’è il dato molto positivo riguarda anche l’occupazione femminile. A gennaio ha toccato un record storico, salendo al 49,3%. D’altra parte il tasso di inattività delle donne, rileva l’Istat, è sceso al 43,7%, anche in questo caso un minimo assoluto.

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