Il lavoro come base della nostra società

Focus

Il lavoro come strumento di nobilitazione individuale ed emancipazione sociale è la base della Costituzione italiana: per questo dobbiamo protteggerlo sempre

Il 22 Marzo del 1947, durante una seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente approvò l’articolo 1 nella sua forma definitiva: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Autore del testo, esito di una lunga trattativa tra le forze politiche, l’Onorevole Amintore Fanfani, il quale, motivando la sua proposta, affermò che, fondando la Repubblica italiana sul lavoro “si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale”. Non solo, aggiunse, “questo significa che solo quando ogni cittadino avrà realizzato quello che ciascuno può, nella pienezza del suo essere, attraverso il lavoro, solo allora la comunità popolare nel suo insieme avrà raggiunto la massima espansione e prosperità”.

Il lavoro quindi, come strumento di nobilitazione individuale ed emancipazione sociale, è la base della Costituzione italiana, principio di giustizia naturale, già contenuto nel Codice di Camaldoli del 1943, secondo cui “ognuno ha il dovere di produrre secondo le sue capacità” (Art. 4) e “il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Art. 36). Non solo, come sostenne La Pira, con un emendamento appoggiato da Togliatti, durante i lavori della Assemblea Costituente, “il lavoro e la sua partecipazione concreta negli organismi economici sociali e politici, diventano strumento democratico e garanzia del buon funzionamento delle istituzioni repubblicane”.

Sono trascorsi 71 anni dall’approvazione della Costituzione Repubblicana. Da allora, certamente, il mondo del lavoro è profondamente cambiato. Il moltiplicarsi di nuove figure lavorative, a causa della globalizzazione economica e tecnologica, la maggiore difficoltà della giurisprudenza nel definire queste nuove attività a livello giuridico, la necessità, al contempo, per i sindacati e per lo stato sociale di ridefinire il proprio ruolo per garantire tutele e protezioni adeguate a tutti i lavoratori, ci pongono dinanzi a sfide grandissime.

La contemporanea de-nazionalizzazione dei luoghi di lavoro, dovuta alla mobilità dei lavoratori, e spesso delle stesse imprese, comporta di pensare al lavoro non più solo in termini di politiche nazionali ma, quantomeno a livello europeo, attraverso un’apposita strategia che punti sia all’occupazione ma anche ad un’alta tutela dei diritti di tutti lavoratori.

Di fronte alle nuove sfide che abbiamo dinanzi, è importante, oggi, ribadire il principio del lavoro, quale nobilitazione individuale, emancipazione sociale e partecipazione democratica. Quando i Padri Costituenti decisero di fondare la Repubblica sul lavoro, esercitarono una scelta di valori. Ciò che sta “a fondamento” di qualcos’altro, infatti, ne costituisce il principio, e dunque il resto ne segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Questo ordine valoriale va rispettato, ovviamente anche a livello europeo, nell’agenda politica di tutte le scelte.

 

*Europarlamentare Pd

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