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Politica e psicologia del lavoro, il vero banco di prova della sinistra

Di solito ci soffermiamo sul numero degli occupati o sul carattere più o meno stabile del lavoro. Che dire, però, di come esso viene vissuto e, più in generale, di ciò che accade nei luoghi di lavoro? Fenomeni come il mobbing o il burn-out sono solo la punta dell’iceberg di situazioni assai diffuse e generalizzate: disagio, insoddisfazione, senso di frustrazione si riscontrano di frequente. Certo, rispetto al passato i dipendenti oggi sono in possesso assai più spesso di titoli di studio come il diploma o la laurea e ciò può alimentare aspettative non assecondate dai fatti.

Un tempo, tuttavia, il più generico degli operai scorgeva dinanzi a sé una prospettiva di miglioramento della propria condizione: magari, semplicemente, di incremento salariale. Ora, al contrario, l’idea di progresso, come è noto, si è quasi smarrita e all’orizzonte i singoli lavoratori intravedono per lo più l’eventualità di perdere “il posto”. Per non dire del senso di solitudine provato da ciascuno e dell’atmosfera di rivalità e di competizione fra pari che sovente regna.

E’ vero: l’individuo cerca ormai la propria realizzazione anche, talora soprattutto al di fuori dell’ambito lavorativo e si parla addirittura di società “post-lavorista”. Nel mio piccolo, poi, più volte ho provato a sottolineare la distinzione fra condizione sociale e condizione lavorativa (non è più soltanto il lavoro a determinare il benessere e la qualità della vita delle persone). Ma, ecco il punto, può la politica disinteressarsi di ciò che accade nei luoghi di lavoro? E, soprattutto, può la sinistra?

Insomma: si tratta di una sorta di banco di prova, di intersezione di fattori psicologici, socioeconomici (si guardi al carattere globale assunto dalla “concorrenza”) e politici. Come primo passo, occorrerebbe porre nella propria agenda temi del genere, “pensarli”. E, gradualmente, elaborare una politica dei lavori (al plurale) all’altezza dei tempi e delle sfide: non per contrastare le tendenze in atto (sarebbe vano), bensì per incidere su di esse, per non limitarsi a subirle. E per coinvolgere quanto più possibile i lavoratori, interpellandoli, includendoli in un progetto e in un’idea di società e di convivenza.

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