Far crescere la produttività, con salari più alti: una sfida per il Pd

Focus

Facciamo nostra questa battaglia. Le soluzioni assistenzialistiche dei 5 Stelle sviliscono il lavoro e l’impegno personale

In Italia si guadagna poco. C’è un problema che riguarda il livello medio delle retribuzioni ed io penso che mentre altri si occupano del reddito di chi non lavora il Pd farebbe bene ad occuparsi di questo: del salario di chi lavora. A qualcuno potrà sembrare banale, a me pare l’abc di un movimento politico di sinistra.

Se concordiamo che non basti fare opposizione al governo Lega-5Stelle, ma che sia necessario usare questo tempo per costruire un’alternativa – ecco, la battaglia per una giusta remunerazione del lavoro a me pare uno dei punti da cui partire. Il tema ha almeno due aspetti, di cui il primo è strettamente nazionale. Mario Draghi era ancora Governatore della Banca d’Italia quando nel 2007 denunciava il fatto che i salari nel nostro Paese fossero inferiori del 10% rispetto alla Germania, del 20% in confronto al Regno Unito e del 25% più bassi che in Francia, invitando la politica ad “aumentare redditi e consumi” per far ripartire la crescita.

E sullo stresso tema è tornato lo  scorso anno: ”Sui salari sono stati fatti dei progressi, ma ancora non ci siamo”. Già, non ci siamo. Negli ultimi vent’anni i salari italiani, posizionati al 19° posto tra quelli dei Paesi OCSE, sono cresciuti solo del 6.3% – mentre aumentavano del 34% nel Regno Unito, del 31% negli Stati Uniti, del 15% in Germania e del 25% in Francia.

Difficile dunque attribuire responsabilità all’euro. Il tema è tutto italiano. E non è dovuto all’eccessiva incidenza fiscale e retributiva: si tratta di dati lordi. Ciò che balza all’occhio è che nello stesso periodo la produttività è aumentata del 27% in Germania e nel Regno Unito, del 38% negli Usa e del 25% in Francia, mentre in Italia è cresciuta solo del 5.8%. La principale causa della stagnazione dei salari nel nostro Paese è dunque la bassa produttività del lavoro.

Da un recupero di produttività dobbiamo dunque partire se vogliamo far crescere i salari. Molti sono i fattori su cui agire (investimenti, innovazione, livello di qualificazione della manodopera, sburocratizzazione), senza dimenticare il “fattore D” – come “dimensione” – che caratterizza la struttura produttiva del nostro Paese: nell’industria manifatturiera italiana (i dati si riferiscono al periodo 2011-2013) la produttività delle imprese con più di 200 addetti è superiore del 16% rispetto a quello con 100-199 addetti e del 30% rispetto a quelle con 20-99 addetti. Molto di più rispetto a quelle ancora più piccole.

A questo primo aspetto del problema, spiccatamente italiano, se ne somma un secondo, comune anche ad altri Paesi e che la recente “quarta rivoluzione industriale” rischia di accentuare. I posti di lavoro creati negli anni post-crisi sono mediamente peggiori di quelli persi negli anni precedenti. Ve n’è ovviamente una parte “nobile”, legata a professioni qualificate e ben retribuite, ma la maggior parte è nata in settori caratterizzati da precarietà contrattuale e bassi salari, come turismo, logistica, vendita al dettaglio, ristorazione, oltre che nella cosiddetta gig economy.

E’ in corso una polarizzazione delle mansioni, delle competenze e dei trattamenti retributivi, a cui si aggiunge il fatto che i guadagni di efficienza nei diversi settori della produzione, in larga misura dovuti alle tecnologie dell’informazione, vanno in molti casi ad accrescere la remunerazione del capitale, e solo in misura minore a vantaggio dei lavoratori. In ben 38 Paesi OCSE su 56 si assiste così ad una contrazione del reddito da lavoro.

E se i salari non crescono, come segnalava allarmato Draghi nel 2007, non crescono i consumi, la domanda interna ristagna. Fare in modo che i salari aumentino non è dunque una priorità solo per i lavoratori, che ovviamente aspirano a migliori condizioni di vita; è fondamentale anche per tutte le imprese i cui risultati dipendono dall’andamento della domanda interna.

Su questo binomio – produttività/salari – legando quote di salario al raggiungimento di obiettivi di produttività, qualità ed efficienza, credo anzi debba fondarsi un nuovo patto per il lavoro. E che il Pd debba fare sua questa sfida. Abbiamo bisogno di mettere a fuoco alcuni contenuti distintivi – semplici, comprensibili da tutti – che ci riavvicinino ai milioni di elettori che si sono allontanati da noi, soprattutto al ceto medio in difficoltà. La battaglia per far crescere la produttività e per avere salari più alti è uno di questi. Possiamo discutere sulle soluzioni, ma l’obiettivo dev’essere chiaro.

Sappiamo che il contesto in cui si muovono gli attori è globale e che alcune azioni – penso al contrasto della “fuga dei profitti”, per evitare erosione della base fiscale e attuare politiche di redistribuzione – non possono che essere attuate su scala sovranazionale, come minimo europea. Ma la scelta di campo deve essere chiara: no alle improbabili soluzioni assistenzialistiche del contratto
Lega-5Stelle. Noi siamo per il lavoro, elemento fondativo dell’identità e della cittadinanza, pagato il giusto. Facciamo nostra questa battaglia: per la crescita della produttività e per una migliore remunerazione del lavoro. Diciamo no al reddito di cittadinanza che svilisce il lavoro e l’impegno personale. Puntiamo invece a dare lavoro e salari migliori.

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