Le cinque Stelle (quelle vere) della Notte Magica di Roma

Focus

Di Francesco, De Rossi, Dzeko e gli altri. Gli uomini copertina di una impresa che rimarrà per sempre nella storia del calcio italiano

La Roma ribalta il Barcellona e tutti i pronostici. Con una partita incredibile, praticamente perfetta, infila tre gol nella porta blaugrana senza prenderne nessuno, ed elimina dalla Champions League la squadra ritenuta la migliore del mondo, il simbolo calcistico della nostra epoca. Una notte Magica quella dell’Olimpico che ha mandato in delirio non solo gli 80mila che erano allo stadio ma l’intera città e tutto il Paese. Il calcio italiano – non solo quello giallorosso – aveva bisogno di una notte così. Dopo la delusione dell’eliminazione dai mondiali di Russia, dopo le batoste rifilate dagli spagnoli alla Juve e alla stessa Roma nelle partite d’andata, questo 3 a 0 senza appello contro Messi e compagni restituisce prestigio e credibilità a un movimento che ne aveva disperatamente bisogno.

In questa notte che vale un dieci in pagella collettivo, abbiamo scelto di dedicare qualche riga in più agli uomini copertina di questa straordinaria impresa.

Eusebio Di Francesco, il coraggio e la serietà

Quando a inizio anno era arrivata la notizia che il sostituto di Luciano Spalletti sulla panchina giallorossa sarebbe stato Eusebio Di Francesco – grande passato da giocatore nelle fila della Roma e un curriculum da allenatore limitato ai buoni risultati sulla panchina del Sassuolo – più di un tifoso aveva storto il naso. Troppo debole, troppo inesperto, troppo poco personaggio per una piazza difficile come quella della Capitale. Invece il buon Eusebio ha zittito gli scettici, che fino a ieri continuavano ad imputargli le prestazioni altalenanti della squadra. Ha sempre lavorato con serietà e dedizione e ieri sera ha raccolto i frutti, anche grazie all’invenzione di un nuovo modulo (3-5-2) che si è rivelato decisivo per la vittoria.

Daniele De Rossi, capitan presente

E’ cresciuto all’ombra di Francesco Totti, nelle perenne attesa di lasciarsi alle spalle l’appellativo di “capitan futuro”. Nonostante questo e nonostante un vero e mai nascosto travaglio interiore, ha scelto la Roma. A quasi 35 anni e dopo una carriera che sarebbe potuta essere molto più vincente, De Rossi è ora il padrone della squadra. La partita d’andata, con quel clamoroso autogol che ha sbloccato il risultato al Camp Nou, sembrava l’ennesimo capitolo di una vita sportiva fatta di sofferenze, l’ennesima beffa. Ieri ha preso per mano i “suoi” ragazzi e li ha condotti verso l’impresa, giocando una partita sontuosa, sbagliando il primo passaggio a dieci minuti dalla fine e mettendo in porta il rigore che ha fatto pendere le sorti del match e della qualificazione dalla parte dei giallorossi.

Edin Dzeko, campione innamorato

La storia di Edin Dzeko è una favola. “Sono rimasto a Roma per giocare partite così”, diceva il centravanti bosniaco (la cui biografia personale, fin dai tempi di Sarajevo e della guerra, spiega molto delle sue caratteristiche umane e sportive) al momento del sorteggio che regalò alla Roma il quarto di finale contro il Barcellona. Dzeko, infatti, a gennaio era con un piede e mezzo a Londra, pronto a giocare con il Chelsea di Antonio Conte, disposto a fare carte false per averlo in squadra. La Roma aveva bisogno di soldi, gli inglesi avevano bisogno di Dzeko che, si diceva, a 32 anni si poteva pure sacrificare in cambio di un lauto corrispettivo economica. Ma lui voleva Roma e la Roma, ed ha avuto ragione. Dopo il gol dell’andata (a conti fatti anch’esso decisivo), ha giocato una partita di ritorno mostruosa, sbloccando subito il risultato, procurandosi il rigore del 2 a 0 e distruggendo (sportivamente parlando) l’intesa difesa blaugrana. A fine partita ha detto: “Credo che la Roma sia contenta di avermi tenuto”. Crediamo proprio di sì.

Kostas Manolas e quell’urlo che sembrava Tardelli

Con le dovute proporzioni, vale per Manolas, parte del discorso fatto su De Rossi e parte di quello fatto su Dzeko. Anche lui aveva lasciato la sua firma sulla partita d’andata con il secondo autogol della serata di Barcellona. Anche lui, come il bosniaco, è stato più volte in procinto di lasciare la Roma. Ieri, dopo aver difeso come un leone per tutta la partita, non concedendo praticamente nulla a uno degli attacchi più letali della storia del calcio, è entrato a pieno titolo nella leggenda giallorossa con il gol che ha fissato sul 3 a 0 il risultato finale. Quella corsa impazzita dopo la zuccata decisiva, quell’urlo incontrollabile, hanno già scomodato paragoni e ricordi sacri per il calcio italiano, come quello di Tardelli nel mundial dell’82 o quello di Grosso a Dortmund nel 2006. Finisce in lacrime, come la sua anima profondamente mediterranea impone.

La Roma, tutta la Roma

Questa notte è un premio. Un premio per James Pallotta, da quattro anni presidente della società. Una gestione non esente da critiche da parte di alcuni tifosi, ma sempre lucida e al tempo stesso appassionata. Ha dovuto ingoiare dei rospi anche pesanti (la questione stadio su tutti) ma non ha mai fatto mancare il suo apporto alla squadra e per uno che vive dall’altra parte dell’oceano non è affatto scontato. Un premio per Ramón Rodríguez Verdejo, detto Monchi, che dai suoi anni a Siviglia ha portato qualcosa che, evidentemente, sta cambiando il dna europeo della Roma. Un premio per Francesco Totti, leggenda vivente che proprio nell’anno in cui ha smesso ha assistito all’impresa dei suoi ex compagni sul campo, una vittoria che ha celebrato come se fosse ancora con gli scarpini in mezzo al prato dell’Olimpico. Un premio per il popolo giallorosso che, nonostante l’esito della partita sembrasse già scritto, non ha lasciato neppure un seggiolino vuoto, trasformando lo stadio in una bolgia, zittendo chi, in Spagna, al momento del sorteggio, parlava di un “Bombon” (un cioccolatino) per il Barcellona, e godendosi il miglior risultato internazionale della Roma dal 1984 a oggi.

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