Le elezioni anticipate non sono la strada migliore

Focus

Bisogna insistere nella denuncia della Lega secessionista

Gad Lerner nell’ “Approdo” di ieri sera ha documentato la prevalente volgarità della storia politica della Lega. Avere avuto ed avere ministri, presidenti della Camera e vice presidenti che, come ha detto Speroni, volevano bruciare il tricolore o usarlo come carta igienica, è stata ed è una vergogna per il nostro Paese. Al di là del linguaggio trogloditico e anti democratico usato dai vari Bossi, Borghezio, Calderoli ed altri che
abbiamo riascoltato grazie a Lerner. Lasciamo da parte le vicende giudiziarie dei politici la conclusione delle quali è spesso bizzarra e diversa dalle premesse, ed affrontiamo, veramente, il problema dell’ inaffidabilità della Lega, della verbosità aggettivante dello scravattato Ministro degli Interni, delle sue stupidaggini, delle
sue sciocche teorie economiche, della sua fasulla italianità esplosa per ragioni di voto anche il 2 giugno, ricorrenza repubblicana che per lo stesso individuo non era da festeggiare fino al 2016 essendo lui Padano e Segretario, ancora oggi, checché se ne dica, della Lega Nord per l’indipendenza della Padania, definitivamente condannata per appropriazione indebita di 98 miliardi delle antiche lire dello Stato e, salvo
variazioni, ancora statutariamente secessionista. Il duplice incarico segretariale del Salvini va chiarito così come vanno richieste risposte ufficiali sulla copertura della flat tax, sul mito della sicurezza, sulle risorse necessarie per annullare le clausole di salvaguardia, sul delta del deficit strutturale. Tutto questo va fatto in Parlamento con question time mirati che devono essere raccontate in televisione in maniera
comprensibile per chi le ascolta, sfidando questo bauscia in confronti diretti: questo bauscia parla di tutto, quindi risponda.

Se a tutto ciò aggiungiamo la lettera di raccomandazione dell’UE, la necessità della
prossima asta dei Btp, i costi derivanti da un’ulteriore possibile crescita dello spread e quindi l’attacco mercatista, pur considerando il risparmio degli italiani e le loro proprietà immobiliari, discutibili indicazioni statistiche di ricchezza, che resta prevalentemente concentrata in una percentuale ridotta di soggetti, viste la disoccupazione e le povertà numeriche esistenti, ci troviamo di fronte ad un dramma. Dramma che, come nel significato latino del termine, non è ancora una tragedia ma può diventarlo se la prevalenza dei tappetai presenti in questo governo continua a fare danni anche solo con le parole. Che questo esecutivo debba andare a casa è augurabile per il Paese e per la nostra immagine in Europa. Ma pensare di risolvere il
problema con nuove elezioni che acuirebbero il dramma prima citato, rischiando di vedere una destra più unita, Berlusconi compreso, vincente, o nella migliore delle ipotesi uno stallo come quello del 2018 – al di là dell’ottimismo di Gentiloni sui prossimi numeri della coalizione progressista, sperando che sia profetico
come lo è stato con mesi di anticipo per la sconfitta dei sovranisti – credo sia pericoloso per la democrazia del nostro Paese. Questo non significa tirare per la giacca il Presidente Mattarella, ma un governo tecnico politico di transizione fra europeisti per mettere i conti in ordine, dimostrare l’inattendibilità leghista, e poi,
eventualmente, andare alle elezioni sarebbe, per me, più saggio. Noi di errori ne abbiamo commessi molti.

Iniziati con le scelte liguri, li abbiamo conclusi in una prima fase con la scontata perdita del referendum, delle amministrative e delle politiche fino al 2018, successivamente con la scomparsa della “rossitudine” nel Nord Italia ed in altre regioni. E dire che abbiamo contribuito al crollo dei Cinque Stelle, che ha prodotto
solo il raddoppio della Lega, è il risultato di un’influenza perniciosa contratta dal nostro cervello. Aggiungere a questa sequela di sciocchezze, generate da provincialismo e da egocentrismo, che hanno annullato, purtroppo, nell’immaginario collettivo rabbioso, non sempre prevalentemente lucido o spesso deluso, i pur positivi risultati per il Paese dei governi Renzi e Gentiloni con un’immagine Europea
certamente più che qualificata rispetto allo stesso sfascio esistente, la corsa al voto sarebbe, a mio avviso, imperdonabile. Ed un governo di europeisti, ed è facile individuarne i nomi, sostenuto direttamente o indirettamente da chi dovrebbe averne voglia per non morire, e presieduto da una personalità indiscussa, potrebbe dare inizio anche ad un nuovo corso unitario in Europa, propedeutico di uno sviluppo
socioeconomico possibile. Almeno nell’universo occidentale che continuo a pensare, al momento, l’unico possibile, dialogante con l’altra parte da considerare un’uditrice ma non membro sostanziale di una realtà incompatibile con essa. L’Est europeo rappresenta una storia antica, moderna e contemporanea diversa che ne ha rallentato l’evoluzione democratica, checché se ne dica, specialmente nei diritti sociali generando
altresì istanze nazionaliste molto simili a quelle che hanno prodotto le due catastrofi europee del Novecento, lontane anni luce dal Manifesto di Ventotene e dall’ipotesi europeista romana del 1957.

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