Le leggi e i patti contro l’estremismo

Focus

La sicurezza nazionale contro l’integralismo jihadista passa anche e soprattutto dall’integrazione culturale

La sicurezza nazionale contro l’integralismo jihadista passa anche e soprattutto dall’integrazione culturale.

A metterlo in evidenza sono una serie di leggi e patti messi in campo dai governi a guida Pd in questi ultimi anni. Tutti largamente condivisi con le maggiori comunità islamiche riconosciute nel nostro Paese. L’ultima è la legge votata alla camera contro il radicalismo e la diffusione dell’estremismo promossa da Andrea Manciulli e Stefano Dambruoso che si pone l’obiettivo di prevenire la radicalizzazione inserendo corsi di formazione nelle scuole da una parte e dall’altra recuperando soggetti già coinvolti nel fenomeno all’interno delle carceri.

Questa legge, in attesa di essere approvata al Senato, va ad affiancarsi ad una serie di provvedimenti già messi in campo. Il primo febbraio di questo anno al Viminale è stato firmato il Patto nazionale per un Islam italiano. A sottoscrivere l’accordo è stato da una parte il ministro dell’interno Marco Minniti e dall’altra l’Ucoii, la Coreis, il centro islamico culturale Grande Moschea di Roma e la confederazione islamica italiana che assieme rappresentano oltre il 70% dei fedeli musulmani presenti nel nostro Paese.

Un accordo dalla portata storica che vincola le parti ad alcuni impegni precisi che hanno come obiettivo quello contrastare il radicalismo islamico. Le comunità musulmane si sono impegnate nell’introdurre l’uso della lingua italiana accanto alla lingua araba nel sermone del venerdì, vengono finalmente resi pubblici i nomi e i recapiti degli imam e i predicatori devono essere debitamente formati. Il ministro dell’Interno si è impegnato a favorire l’integrazione sociale delle comunità. L’ubicazione dei luoghi di preghiera e delle Moschee oggi è patrimonio condiviso col Viminale.

Non è un caso infatti che il Patto nazionale ha seguito le orme del Patto di cittadinanza siglato nel 2016 a Firenze, capofila di una serie di buone pratiche messe in campo anche da altre città: la Torino amministrata da Fassino, Bergamo, Trieste, Catania.

Oggi parlare di collaborazione tra amministrazioni di centrosinistra e comunità islamiche non è più un tabù. E’ l’unica arma possibile se si vuole sconfiggere il radicalismo alla radice. Ma il vero pericolo di radicalizzazione si sa si annida nelle carceri. Ecco perché nel 2015 il ministero di Grazia e giustizia sigla un protocollo d’intesa per cui solo Imam riconosciuti e certificati possano avere il diritto di professare all’interno degli istituti penitenziari. Il fondamentalismo violento lo si può contrastare solo assieme ai musulmani e non senza o contro di loro, come qualche politico, alla ricerca di facile consenso, oggi cerca di raccontare.


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