Le parole di Noemi. E i doveri della politica

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Un altro terribile femminicidio. E il centrodestra blocca la legge a tutela degli orfani

Non è amore se ti fa male, se ti controlla, se ti umilia, se ti fa paura di essere quello che sei.

Se ti proibisce di vestire come ti pare, se ti mente, se alla fine arrivi a dubitare della tua capacità intellettuale. Se piangi, più di quanto ridi. Se ti diminuisce, ti confronta, ti fa sentire piccola.

Questo è il testamento morale di Noemi Durini, uccisa a 16 anni dalla furia di quello che non può essere definito il suo fidanzato ma solo e semplicemente un assassino. Perché credeva di essere il suo padrone, non il suo compagno. E questo Noemi l’aveva capito e con la sua sensibilità l’aveva scritto sfogandosi in un post su Fb.

Sua madre aveva denunciato il suo non-fidanzato, perché le mamme lo sanno, lo fiutano, ma purtroppo non si riesce ad arrivare sempre in tempo. Ci si confonde, si pensa che a noi non accadrà mai, ci si dice: ma fa tanta scena e basta. E invece no. Un altro femminicidio, un’altra donna che muore per mano di chi pensa sia cosa sua, affare suo, terreno suo. Questa volta, dolorosissima, è poco più che una bambina a pagare il prezzo altissimo di una barbarie che non accenna a diminuire.

Nel nostro Paese tutti gli omicidi sono in costante calo dopo il picco degli anni Novanta, anni di mafia, ma non i femminicidi, quelli resistono e i numeri raccontano una realtà inaccettabile: nel 2013 sono stati compiuti 479 omicidi, nel 2014 466, nel 2015 450 e nel 2016 sono stati 424, mentre i femminicidi sono stati, negli anni indicati, 134, 115, 114 e 132. Il numero di femminicidi nel 2017, già a fine giugno, è stato di 64.

Lo abbiamo detto tante volte che a vedere oggi il bel volto di questa ragazza strappata alla sua famiglia, ai figli che avrebbe avuto, all’uomo che avrebbe davvero amato, viene da piangere. Un lutto che ogni donna porterà nel cuore, tutte le volte che ne ammazzano una è cosi. Ci sentiamo parte. È difficile essere donne nel nostro Paese, lo è al nord come al sud, in periferia come in città, in qualunque ambiente sociale e culturale. È complicato ma ce la dobbiamo fare. È una battaglia che dobbiamo combattere insieme, donne e uomini, gli uni al fianco delle altre. Perché è chiaro che è un processo lungo e difficile quello che porta a riequilibrare le relazioni degli esseri umani in un mondo dove mi sembra che le donne siano diventate una specie di sfogatoio di frustrazioni di ogni tipo.

Però questo ultimo caso fa riflettere ancora di più: perché forse da ragazzi nati nel duemila ti aspetti un altro approccio alle passioni, più consapevolezza, più conoscenza, invece paradossalmente avviene il contrario e in un mondo più aperto, sempre connesso, dove il confronto è massimo, sembra che stiamo tornando alla clava. Quello che deve fare la politica è chiaro e non ammette scorciatoie: un grande e massiccio investimento in politiche educative di genere e, per favore, nessuna ipocrisia, nessuna melina.

Ne dico una, la più eclatante: la legge che tutela gli orfani del femminicidio è stata bloccata in Senato dal centrodestra. Vale a dire: i vari leader di Forza Italia e della Lega che si sgolano a difendere le donne sono gli stessi che quando si tratta di votare un provvedimento che tutela i 1600 bambini rimasti senza mamma, si tirano indietro. E ve ne dico un’altra: con un mio emendamento alla legge sul femminicidio, che questo Parlamento ha giustamente approvato dopo aver ratificato la Convenzione di Istanbul, è stata prevista la possibilità di utilizzare il braccialetto elettronico nei casi in cui un giudice abbia stabilito che vi sia un pericolo per la donna. Peccato che le donne continuano a morire, e i braccialetti restano dove sono.

Eppure le donne che denunciano ci sono. Ma allora qual è il problema? Non sarà che la violenza di genere è ancora considerata un affare di coppia, un omicidio di serie B? 

A volte, ho quasi paura che ci stiamo abituando all’orrore. E questo è il pericolo più grande.

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