Le proposte del Pd per i lavoratori

Focus

Misiani: “La Lega vuole abolire il bonus 80 euro per finanziare la Flat Tax. Noi, al contrario, vogliamo potenziarlo ed estenderlo ai contribuenti incapienti e al ceto medio”

Non ci rassegniamo alla fine del lavoro. Il lavoro può cambiare. È già cambiato e ancora cambierà in futuro. La responsabilità della politica è agganciare quel cambiamento alla vita delle persone, per migliorarla. Vuol dire innovare il modo di produrre, la qualità di ciò che si produce. Vuol dire soprattutto creare nuove opportunità di lavoro – autonomo, dipendente, cooperativo – sfruttando la frontiera tecnologica nel modo giusto. Vuol dire rendere il lavoro, di oggi e domani, la principale leva di uguaglianza.

La dignità del lavoro va affermata in tutte le forme. Premessa di quella dignità è un salario adeguato – la Costituzione scrive “proporzionato” – alla quantità e qualità del lavoro prestato. Oggi in Italia i salari sono bassi, paurosamente e ingiustamente bassi. Alzarli per noi è un traguardo strategico oltre che la premessa a tutto il resto. Per aumentare le retribuzioni medie nette occorre migliorare la qualità delle produzioni e insieme ridurre le tasse sul lavoro. Il governo dice “flat tax”, è la peggiore ingiustizia: fare parti uguali tra diseguali. Noi abbiamo un’idea diversa: ridurre il prelievo fiscale dalle buste paga di chi lavora, a partire dagli stipendi bassi.

Per questo proponiamo la più drastica riduzione del cuneo fiscale mai applicata in Italia. Chiediamo di impegnare i 15 miliardi previsti per la flat tax in una radicale riduzione delle tasse sul lavoro per i redditi fino a 55mila euro. L’effetto sarebbe questo: 20 milioni di lavoratori avrebbero fino a 1.500 euro netti di beneficio all’anno. Vuol dire una mensilità di stipendio in più per un operaio, un impiegato, un insegnante, un collaboratore.

Come primo passo di una più complessiva riforma dell’IRPEF proponiamo l’introduzione di una detrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti e dei collaboratori pari a:

  • 15% dell’imponibile per i redditi da 0 fino a 10.000 euro;
  • 1500 euro l’anno netti per i redditi da 10.000 a 35.000 euro;
  • progressiva riduzione per i redditi superiori a 35.000 euro con azzeramento a 55.000 euro.

La detrazione assorbirebbe, potenziandolo, il “bonus 80 euro”, perché riguarderebbe anche i contribuenti cosiddetti “incapienti” (che riceverebbero la detrazione sotto forma di credito da incassare in sede di dichiarazione dei redditi o di conguaglio annuale da parte del sostituto d’imposta) e il ceto medio (dai 26mila ai 55mila euro), oggi esclusi dal “bonus”. L’estensione agli incapienti favorirebbe le lavoratrici e i lavoratori con salari più bassi e stimolerebbe l’offerta di lavoro regolare.

Sul salario minimo legale il governo non ha una linea e rimanda. La proposta del M5S, che fissa soltanto una cifra minima oraria, è pericolosa: può scardinare la contrattazione collettiva nazionale, che al contrario va favorita e rafforzata. Noi diciamo che non bastano i 9 euro lordi, serve estendere garanzie e tutele.

Siamo per una retribuzione giusta: non solo salario minimo, anche tutele massime. Vogliamo attuare pienamente l’art. 36, che parla di retribuzione proporzionata, e assieme l’art. 39 sulla rappresentanza sindacale, tema che il governo “dimentica” solo perché, come tutte le destre, preferisce un sindacato debole.

La nostra proposta mira a rafforzare la contrattazione e dare garanzie ai nuovi lavori nelle fasi di transizione:

  • riconosce valore legale erga omnes ai contratti firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative (norme sulla rappresentanza che recepiscano gli accordi tra le parti per debellare i contratti “pirata”);
  • prevede una soglia residuale di garanzia, la cui determinazione è affidata all’accordo tra le parti sociali, per la parte eventuale di lavoratori non coperti da un contratto collettivo nazionale.

La disuguaglianza sul lavoro è prima di ogni altra cosa disuguaglianza di genere. Provate a spiegare questo scandalo a una bambina: in Italia lo svantaggio nelle retribuzioni delle donne rispetto agli uomini si aggira in media intorno al 10%, con punte molto più alte nel Mezzogiorno. Avviene anche a parità di funzioni e mansioni svolte.

La nostra proposta, in attesa di una legge organica sull’uguaglianza di genere, è sancire la parità di retribuzione tra uomini e donne a parità di lavoro, in ogni azienda o istituzione pubblica e privata. Ma sappiamo che questo non basta se non si interviene sul complesso dell’organizzazione sociale, sull’uso del tempo, sulle relazioni tra i generi. Siamo un paese in cui è occupato meno del 50% delle donne, ma in cui queste in media dedicano al lavoro non retribuito, soprattutto lavoro domestico e lavoro di cura, circa 5 ore al giorno mentre gli uomini solo poco più di 2 ore. La priorità è redistribuire il lavoro di cura nella società e nelle famiglie attraverso un miglioramento del sistema di congedi parentali (guardando al modello svedese) e la stabilizzazione dei finanziamenti per la contrattazione collettiva rivolta a istituti di conciliazione vita-lavoro.

Leggi anche: La Lega affonda gli 80 euro

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