Le ragioni della sinistra

Focus

La dialettica fra destra e sinistra non è riducibile a quella fra capitale e lavoro, oppure a quella fra mercato e Stato

Riemerge di tanto in tanto, nel corso dei decenni, l’idea del superamento delle categorie concettuali di “destra” e di “sinistra”.

A tal proposito, ricordo sempre ciò che scrisse molti anni or sono il filosofo Giulio Giorello riguardo ai confini fra le varie discipline di studio: si tratta di linee immaginarie, proprio come i paralleli e i meridiani del globo terrestre. Senza i quali, tuttavia, la navigazione risulterebbe impossibile, pur trattandosi della navigazione in mare aperto. Alcuni dei “profeti” della fine della sinistra e della destra, non a caso, sono degli inguaribili confusionari e, un po’ come le seppie che si difendono con il nero dell’ “inchiostro”, traggono vantaggio dall’indistinto e dall’indifferenziato.

Volgendo lo sguardo a quel repertorio formidabile di fatti e di correnti d’opinione che è la storia (in particolare quella contemporanea), si scorge tutt’altra situazione. Ѐ vero che le nozioni di destra e di sinistra paiono inadeguate, ma si mostrano tali specialmente se declinate al singolare: più propriamente occorrerebbe dunque parlare di “sinistre” e di “destre”, al plurale. Senza pretendere di politicizzare ogni cosa (e qui basterebbe evocare la disarmante ironia di Giorgio Gaber) e, nel contempo, senza ignorare sfumature e differenze. Già: la dialettica fra destra e sinistra non è riducibile a quella fra capitale e lavoro, oppure a quella fra mercato e Stato. Come tutti sanno, vi possono essere, poniamo, una sinistra liberista (basti pensare a Ernesto Rossi) e una destra dirigista (gli esempi sono tanti), o una destra “sociale” e una sinistra piuttosto “individualista”. Si badi bene: non si tratta di semplici accidenti, di curiosità per eruditi o di fenomeni marginali, bensì di tendenze che caratterizzano i principali filoni e movimenti culturali e politici del nostro tempo. Un conservatore come Otto von Bismarck diede vita a una delle prime forme, naturalmente embrionali, di “Stato sociale”. E che dire del conservatorismo popolare e, a tratti, sociale di Benjamin Disraeli, nella più classica delle democrazie, quella britannica? Né possiamo dimenticare che sia John Maynard Keynes, sia William Beveridge non sono stati dei socialisti. In Italia, poi, nel secondo dopoguerra l’esperienza dei radicali (la cui matrice, come è noto, è il liberalismo di sinistra), al di là dell’esiguità numerica, ha esercitato e ancora esercita un’influenza notevole, che trascende la dimensione della sfera politica e si estende a quelle del costume e della mentalità diffusa.

Un soggetto come il Pd dovrebbe riuscire a orientarsi e a discernere e, insieme, a far leva sui principi di fondo della sinistra, come emersi nel Novecento e oltre. E dovrebbe mostrarsi adeguato al carattere variegato, plurale, composito della realtà che viviamo, evitando però di smarrirsi in una sorta di Babele.

Proviamo a farci catturare davvero dall’acume e dalla freschezza di Carlo Rosselli, che così scriveva nel lontano 1932: “Il liberalismo, prima ancora che una filosofia e una politica, è un atteggiamento dello spirito. Liberali non si nasce, si diventa. E si diventa attraverso uno sforzo incessante di conoscenza degli altri e di sé, attraverso un perpetuo esercizio delle proprie facoltà. […]. Nessun errore maggiore che vedere nel liberale uno scettico, un passivo. Il liberale è un credente che afferma la libertà dello spirito umano, che proclama l’uomo unico fine, che ha fede nella perfettibilità del genere umano, che è animato da una insoddisfazione perenne per tutte le posizioni acquisite, per tutte le lotte conchiuse e le mortifere quieti. […]. Nella sfera individuale esso reclama l’autonomia della coscienza, il rispetto di una sfera invarcabile di indipendenza dell’uomo. Nella sfera associata esso reclama autonomia per tutti gli spontanei raggruppamenti di uomini, gruppi, classi, chiese, nazioni e la ripulsa da ogni violenza. Le due sfere sono indissolubilmente connesse. La libertà non ha senso riferita all’uomo isolato. L’uomo vive associato e il concetto di libertà è necessariamente universale. Una libertà di singoli, di caste, di classi, di superuomini, non è libertà: è privilegio”.

 

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