Le tante ombre del reddito di cittadinanza

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Sarebbe stato decisamente meglio continuare nel solco del Reddito d’inclusione, anche apportando aggiustamenti

Annunciato come riforma epocale, il Reddito di cittadinanza si rivelerà una misura di difficile attuazione e poco efficace rispetto agli obiettivi enunciati. Sarebbe stato meglio continuare nel solco del Reddito d’inclusione, anche apportando aggiustamenti. Da una prima lettura si colgono poche luci e molte ombre. Il dibattito parlamentare e le audizioni potranno consentire approfondimenti. Queste le prime impressioni.

Cosa può andar bene  

  • Molto meno di quanto promesso. Ma va riconosciuto che lo stanziamento è pur sempre significativo: circa sette miliardi all’anno di media. Anche il PD – come scritto nel programma elettorale e nel nostro nuovo disegno di legge – avrebbe portato lo stanziamento del Reddito d’inclusione a quelle cifre. E’ comunque questa una scelta politica che non possiamo biasimare. Peccato venga fatta a debito.
  • Viene valorizzato l’assegno di ricollocazione, voluto dal PD e contenuto nel Jobs Act. Nulla di nuovo, intendiamoci, lo riprendono pari pari. Però lo finanziano e consentono ai Centri per l’impiego e alle Agenzie per il lavoro accreditate di far incontrare domanda e offerta di lavoro, quando e dove c’è il lavoro. Dopo tanto fango sulle nostre riforme, ammettono che lo strumento è giusto.
  • Riconoscono incentivi agli imprenditori che assumono i disoccupati di lungo periodo. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole. Basti pensare agli incentivi dei nostri governi. Ma almeno danno i soldi a chi il lavoro lo crea davvero.
  • Dopo aver solo enfatizzato l’aspetto occupazionale, fanno retromarcia e riconoscono che la povertà è multidimensionale e che serve in quei casi un patto personalizzato per l’inclusione sociale. Insomma, riconoscono che la misura può essere anche o solo assistenziale, purché in una logica promozionale. I servizi sociali dei Comuni, dopo essere stati totalmente dimenticati nelle prime versioni, sono stati quindi ripescati, pur sempre in posizione marginale. Nei fatti ci saranno eccome, perché sono quasi dovunque un servizio capillare e già attivo da decenni. E meno male.
  • Gli importi sono stati ridotti di molto rispetto alle attese. Al massimo il single può prendere cinquecento euro al mese. E una famiglia numerosa poco più di mille euro. Sono cifre alla fine ragionevoli, ma finora avevano promesso il paese dei balocchi.
  • Avevano detto: solo consumi etici. Alla fine (con la sola eccezione del gioco d’azzardo) si sono rimangiati tutto: si spenda come si vuole. E meno male.

 

Tante ombre

  • Colpisce la complessità dei requisiti, delle condizioni d’accesso, dei motivi di esclusione: una gigantesca macchina delle procedure. Il lavoro qualcuno lo troverà subito di certo: migliaia di nuovi impiegati che dovranno controllare e aiutare i cittadini; la miriade di avvocati che sarà coinvolta nei contenziosi. Seguono il paradosso di Keynes: invece delle buche, li impieghiamo a far pratiche.
  • Il criterio più complicato riguarda il principio secondo cui il reddito di cittadinanza viene dato “a integrazione” del reddito percepito. Ogni qual volta si modifica la condizione reddituale occorre comunicarlo, anche ogni mese, e va rifatto il calcolo tenendo conto delle molte eccezioni previste. Insomma, un marasma cosmico praticamente ingestibile.
  • I centri per l’impiego sono da costruire quasi dappertutto. Dopo tanta enfasi, si capisce che hanno capito: se qualcosa funzionerà sarà soprattutto grazie ai patronati, ai servizi sociali dei Comuni e alle Agenzie per il lavoro accreditate (private e nonprofit).
  • L’aiuto per l’affitto può eventualmente aggiungersi, ma c’è motivo di credere che i fondi nazionali e regionali per la morosità assistita saranno eliminati. Alla fine, vedrete, faranno pari.
  • I nuclei numerosi sono penalizzati: se hai tre o sei figli è quasi uguale. Ma perché?
  • Le persone disabili con una pensione di invalidità civile non hanno alcun vantaggio, nonostante la propaganda. Li hanno solo alcuni, ma in quanto facenti parte di nuclei in condizione di povertà accertata, non in quanto disabili. Non solo: le stesse pensioni di invalidità sono considerate reddito nel calcolo dei criteri d’accesso, e quindi possono diventare motivo di esclusione dal reddito di cittadinanza.
  • Non è chiaro come si svolgeranno i lavori di utilità. Per ora sappiamo solo quello che ha detto Di Maio: “un sindaco invece di dover assumere un giardiniere o un archivista può attingere da quelli che prendono il reddito di cittadinanza”. Insomma, si sostituirebbe il lavoro stabile nel pubblico impiego con i lavori utili. Geniale.
  • Prevista la reclusione fino a 3 anni per chi truffa. Sapendo che sarà impossibile controllare ci si affida alla dissuasione. Nel mentre si è fatta la più grande sanatoria per gli evasori. La sola cosa certa è più lavoro per gli avvocati.
  • Nei limiti delle risorse disponibili. Significa che se mancano i soldi i sussidi verranno proporzionalmente ridotti. Insomma, è verosimile pensare che si ridurranno a poco più di una mancia. Alla faccia delle promesse da mercante.

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