Lega-M5s, sulle partecipate pubbliche è ormai spartizione selvaggia

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Lega e 5 Stelle allungano le mani sulle partecipate pubbliche, da Ferrovie a Rai, da Cdp a Istat: la spartizione è selvaggia

Sta assumendo contorni sempre più opachi il risiko delle tante nomine che il governo vorrebbe fare prima della pausa estiva.
In primo luogo nel metodo, basato su una logica di spartizione delle poltrone, con incontri tra i vari esponenti della maggioranza che a tavolino si dividono gli uomini chiave delle aziende di Stato sulla base delle appartenenze politiche. Una lottizzazione tipica della prima Repubblica, non certo caratteristica di un governo “del cambiamento”. Al punto che lo stesso presidente Sergio Mattarella oggi ha dovuto mandare un segnale chiaro sul rispetto delle regole, delle procedure e delle competenze. “A me compete ricordare a ciascuno – ha detto – il rispetto del principio di concorrere all’ordinato funzionamento degli organi istituzionali”.

Il secondo aspetto riguarda invece il merito. Non si comprende infatti la logica secondo la quale è stato azzerato il cda di un gruppo, quello delle Ferrovie dello Stato, che negli ultimi anni ha dato buoni risultati sul piano della crescita e dei conti economici. E che, soprattutto, ha raggiunto il suo vero obiettivo visto che negli ultimi quattro anni il numero di passeggeri sui treni è cresciuto del 25%.
La mossa di Toninelli di azzerare quel board (un gruppo che oggi vale il 2% del Pil) fa pensare piuttosto a un vero e proprio scambio di poltrone con gli alleati leghisti, che al posto dell’uscente Mazzoncini vorrebbero il varesino Giuseppe Bonomi, leghista della prima ora. Un modo per controllare il settore dei trasporti, che da sempre risulta centrale nella strategia del Carroccio.
Se invece, come ipotizzato da alcuni osservatori, Toninelli avesse preso la decisione di azzerare quel cda per via del recente rinvio a giudizio dell’ad uscente Mazzoncini, saremmo di fronte all’ennesimo caso di doppia morale da parte dei Cinque Stelle. Un aspetto, questo ultimo, che ha messo in evidenza la deputata dem Raffaella Paita ponendo ai grillini due semplici domande: “Se fosse così perché non hanno chiesto a Virginia Raggi di dimettersi quando sono state aperte le indagini su di lei, ormai più di un anno fa? Perché Paolo Savona, indagato, rimane tranquillamente a fare il ministro?”.

Ma la vicenda delle nomine assume contorni ancora più preoccupanti se si osservano altri ruoli chiave come Rai, Cassa depositi e prestiti e Istat. Per la Tv pubblica si è parlato addirittura di incontri riservati di ministri con giornalisti e dirigenti, poi smentiti dal governo. Di Maio e Salvini starebbero comunque decidendo l’intero organigramma: direttori di rete, tg, conduttori, trasmissioni di intrattenimento popolare. Il tutto per garantirsi una copertura politica in vista delle Europee del 2019.
Quanto a Cassa depositi e prestiti, con la nomina di Fabrizio Palermo – nome voluto da Di Maio e Salvini contro il volere del ministro Tria – si rischia invece di trasformare la cassaforte del risparmio postale di 3000 miliardi in un bancomat del governo gialloverde per le sue politiche di spesa.

C’è poi l’Istat, su cui il governo sta decidendo di nominare il presidente senza la cosiddetta call pubblica e con procedure che dunque si discosterebbero dai protocolli europei. Il nome del Caroccio sarebbe quello del professor Gian Carlo Blangiardo, demografo e oppositore di Boeri sulle tesi di pensioni e immigrazione.

Insomma, nel segno della trasparenza, il presidente Conte e i suoi due vicepremier avrebbero potuto presentare ufficialmente un elenco di nomine eccellenti, al di sopra di ogni parte e con i migliori curricula del mondo. Invece hanno preferito un’altra strada: hanno deciso per un’occupazione coatta.

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