Non chiamatela “costola della sinistra”, la Lega salviniana è reazione pura

Focus

Se è vero che al Nord la Lega è riuscita a intercettare una parte importante dell’elettorato grillino, al Sud il M5s rappresenta ancora un ostacolo che rallenta (forse) la corsa nazionale del progetto leghista

In pochi anni si è compiuta la svolta sovranista della Lega, ossia la collocazione ideologia del partito all’interno della galassia della nuova destra radicale europea, riconducibile al “gruppo di Visegrad”. Questa affinità ha comportato, sul piano programmatico, una torsione politica del partito, passato da movimento federalista, autonomista e secessionista a formazione che si proietta dentro il mondo e i temi della destra nazionalista: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica e della democrazia pluralista.

In passato la Lega federalista guardava con favore a un’Europa delle regioni come via di uscita dallo Stato nazionale. È solo negli anni che hanno visto l’ingresso nel gruppo dei Paesi Euro, di fronte al mancato riconoscimento della possibilità di uno stato indipendente padano, che la Lega ha cominciato a opporsi all’Europa in nome di un progetto diverso.

La Lega sovranista ha costituito, quindi, una priorità diversa rispetto alle istanze legate al territorio, passando dallo slogan Prima il Nord a quello Prima gli italiani. Questo cambiamento è stato trainato, indubbiamente, dalla maggiore visibilità e importanza data al tema immigrazione nella retorica del partito, e quindi all’interesse nazionale (di difendersi dall’immigrazione) su quello europeo. Anche in passato la Lega agitava l’argomento immigrazione pur non rinunciando a proporre un progetto pensato e applicato al Nord.

Gli elementi nuovi hanno a che fare con l’aumento generalizzato di sfiducia nei confronti dell’Europa, il successo dei partiti di destra nazionalisti su scala continentale e di posizioni anti-establishment attraverso le nuove forze politiche che le rappresentano. In questo nuovo scenario la contrapposizione locale-globale è stata ora attualizzata nei termini di lotta di intere nazioni (non più dei territori dentro le nazioni) che cercano di staccarsi dalle pretese sovranazionali di controllo.

Salvini è riuscito ad imporre al partito la sua svolta. La scalata alla guida dell’organizzazione si è concretizzata poiché Salvini ha colmato un vuoto generato dall’abbandono del vecchio leader, realizzando un’alternanza che è stata possibile per mancanza sfide interne.

Salvini da uomo di partito, che ha ricoperto molte cariche organizzative, politiche e rappresentative, è stato in grado di accedere alla guida della Lega Nord poiché conosce i gangli amministrativi, organizzativi e politici del partito nonché la «mitica base», i militanti che hanno tenuto in vita il movimento dopo lo scandalo dei «diamanti in Tanzania», gli uomini e le donne dell’organizzazione.

All’inizio della crisi del 2012, Salvini ha l’intuito (o la fortuna) di rimanere nel partito. Si inserisce nel vuoto di leadership che Maroni non riesce a colmare, scalando i pochi gradini rimasti per la guida definitiva del partito. L’abilità di Salvini è stata quella di capire che la proposta della Lega del Nord non funzionava più e, se reiterata, avrebbe portato il partito in un vicolo cieco. Con il passaggio dei poteri nel 2013 la Lega ha ritrovato una nuova leadership compiendo un passaggio deciso verso un modello di partito più verticale, meno ancorato all’attivismo della base e all’azione amministrativa della classe dirigente locale. Il forte ridimensionamento del partito, sia dal punto di vista organizzativo sia in termini di classe dirigente intermedia tra la base e il segretario, ha contribuito a una verticalizzazione nell’assetto governativo interno a favore della leadership.

Il profilo sociodemografico degli elettori leghisti è mutato nel tempo meno di quanto si possa pensare, ma lo ha fatto su alcune, poche, dimensioni significative. Non c’è stato un terremoto nella Lega ma cambiamenti che proseguono lungo linee di tendenza di lungo periodo. La Lega risulta, innanzitutto, un partito di elettori collocati nelle fasce di età intermedia, collocati nel mercato del lavoro, attivi e in una fase di maturità di carriera; condizione che si riflette naturalmente sulla domanda politica e sul tipo di istanze promosse dal partito. L’elettore tipo che vota Lega è un cinquantenne relativamente sicuro del suo posto e preoccupato per la possibile perdita del potere di acquisto del suo salario (o della pensione futura).

Questi tratti aiutano forse a capire meglio le ragioni dell’investimento fatto dalla classe politica del partito su alcune campagne
simboliche quali, ad esempio, quella per il superamento della legge Fornero La Lega resta poi un partito tra i cui elettori occupati è presente una quota importante di lavoratori autonomi. Non si può parlare di una formazione interclassista per la presenza,
comunque, di una linea divisoria oltre la quale il partito non riesce ad avanzare, ossia il mondo lavorativo del settore pubblico tra cui un peso nettamente minore.

Largamente rappresentati sono invece i lavoratori dipendenti del privato. La presenza di operai è anche superiore rispetto a quella di altri partiti (eccetto il M5s), ma insufficiente per sostenere la tesi di uno sfondamento leghista in questo segmento del mondo del lavoro. Dal voto del 4 marzo non emergeva ancora una chiara capacità del partito di egemonizzare aree di potenziale difficoltà legate alla condizione lavorativa o, anche, al vasto mondo del precariato e della disoccupazione, dove il M5s trova terreno sicuramente più fertile.

E’ proprio l’alleanza giallo-verde che apre a riflessioni più generali sulla competizione attuale per l’egemonia politica e culturale nel paese. La Lega Nord si è scagliata sin dalla nascita contro il sistema di partiti, guidando la rivolta del «Nord» contro un governo accentratore e non responsabile nei confronti dei cittadini. La LN e i suoi elettori hanno espresso una forte disaffezione nei confronti del sistema democratico nel suo complesso, contro l’inefficienza e l’inefficacia delle istituzioni rappresentative, del Parlamento, della magistratura, della burocrazia e degli enti di governo locali e della democrazia nel suo complesso.

Dal canto suo, il Movimento cinque stelle è il partito italiano che per antonomasia rappresenta la protesta. Ne ha fatto il tratto distintivo, l’elemento essenziale e caratterizzante, la sfida politica e la ragione sociale. Il M5s è sostanzialmente nato per contestare i partiti al potere ma anche quelli di opposizione, deboli nel proporre una valida alternativa, radicale, di cambiamento. Sul piano della protesta ha mantenuto una posizione meno definita e coerente rispetto alla Lega. Le critiche alla democrazia e alle istituzioni rappresentative sono state meno aspre e molto più indirizzate alla classe dirigente che le occupava. Al contrario, la ricerca della democrazia “diretta” è stato uno dei tratti distintivi del partito, insieme alla difesa acritica dei magistrati e delle regole; tratto, questo di una cultura politica legalista, atipico per i movimenti populisti.

La doppia avanzata grillin-leghista nelle elezioni del 2018 sta a segnalare che gli elettori abbiano colto delle differenze tra gli stessi, sebbene entrambi si presentassero come partiti di protesta. Questi due partiti simili si compensano in ragione dell’elemento di punta del messaggio politico che propongono: il populismo di estrema destra anti-immigrazione e identitario della Lega Nord, e la retorica contro le caste del M5s.

I due partiti differiscono sia in termini di quantità che di qualità della protesta e al contempo hanno elementi di similitudine su diversi temi. Il M5s mostra tratti di protesta coltivati e alimentati dal disagio sociale. È riuscito ad incanalare la rabbia contro la violenza sociale e ambientale, contro la corruzione delle élite e le collusioni mafiose e ha realizzato i migliori risultati, non a caso, nel Sud Italia dove più drammatica è la disintegrazione dello Stato (sociale) e l’abbandono da parte della politica e dell’economia. La Lega è, invece, chiaramente un partito pro sistema al Nord, dove governa quasi tutte le regioni e centinaia di comuni e province. Le posizioni espresse dalla Lega sono irriducibili al solo tema anti-casta e ancora pienamente immerse dentro lo schema ideologico tradizionale del sinistra-destra, con tutte le conseguenze che ne derivano ad esempio rispetto ad avere o meno un chiaro posizionamento sui temi politici (che manca in larga parte, e volutamente, al M5s). D’altro canto, la Lega è stata in qualche modo costretta a cavalcare anche l’argomento anti-casta per non lasciarne il monopolio al rivale-alleato.

Partiti di lotta e di Governo, Lega e M5s hanno stipulato un accordo che rende alleati due sfidanti ma che, come appare ormai evidente, trasforma i contraenti del contratto in competitori. Tra i due la Lega corre meno rischi dal punto di vista elettorale, poiché può contare su un’area politica di riferimento in cui rientrare nei momenti di crisi e può ambire a ricostruire sotto la sua guida. Il Movimento 5 stelle ha, in qualche misura, il problema speculare. Per una formazione fondata sul rifiuto strutturale della negoziazione, delle alleanze e dell’accesso al governo in forma autonoma, rinunciare alla formazione di un esecutivo monocolore è una sonora smentita della linea tenuta per anni.

Il che non rappresenta un rischio in sé, ma comporta la necessità di tenere insieme la componente riformista, quella rivoluzionaria e soprattutto convincere gli iscritti e gli elettori della necessità ed inevitabile bontà del cambio di rotta. Lega e M5s hanno deciso – ben prima del 4 marzo 2018 – di governare assieme. A prescindere dagli esiti futuri di questa coalizione anomale, le due espressioni del disagio elettorale che rappresentano faranno fatica a ricomporre le istanze di cambiamento avanzate dagli
elettori in una direzione unitaria sul piano sociale e territoriale.

Se è vero che al Nord la Lega è riuscita a intercettare una parte importante dell’elettorato grillino, al Sud il M5s rappresenta ancora un ostacolo che rallenta (forse) la corsa nazionale del progetto leghista. Ancora oggi vale la fotografia che emergeva all’indomani del voto del 4 marzo: il Nord aggrappato allo sciovinismo leghista per difendere posizioni di vantaggio relativo e il Sud che demanda al ribellismo a 5 stelle la speranza di neo-mediazione politica.

Volete continuare a considerare la Lega Nord un partito costola della sinistra, un partito che sostiene “idee giuste” in modo sbagliato? Prego, accomodatevi. Il buonsenso di Salvini porterà il Paese sul lastrico, con la complicità del Movimento 5 stelle.

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